Capitolo 4

La telefonata alla madre

Tornato nel proprio ufficio, Elettronico si sentì sfinito. Era di certo la tensione accumulata (anche un po’ a causa di quella strana sensazione di vicinanza provata nei confronti della segretaria del capo). Si chiuse la porta alle spalle e si stravaccò sulla propria poltrona cercando di rilassarsi.

Dopotutto – pensò – è praticamente una mia pari grado…

Non che questo giustificasse qualsiasi tipo di confidenza, ma… via: dopotutto non si era preso alcuna libertà inopportuna, né uno sguardo d’intesa violava alcuna regola, al Ministero.

Trascorsi alcuni minuti, Elettronico si rese conto che qualcosa continuava a tenerlo in ansia. Non era mai entrato prima negli uffici ministeriali e aveva subito notato che in quelli del suo ministro non c’erano droni armati addetti alla sicurezza. Ciò aveva contribuito ad allentare un poco la sua tensione iniziale. Quindi, no: non si trattava dei postumi di una forzata vicinanza a elementi armati di tutto punto.

Che altro? Ah, sì, d’accordo: si era trovato nelle condizioni di distinguersi da un confortante anonimato, con i suoi accenni alle questioni regolamentari e di protocollo rivolti direttamente al ministro, ma quelle erano circostanze di servizio: qualsiasi diligente funzionario si sarebbe sentito obbligato ad agire in quel modo. Non era neppure questo a lasciargli residui d’adrenalina.

E a un certo punto – ecco! – : doveva telefonare a sua madre. Elettronico crollò il capo sospirando mesto. Quella che nelle giornate di alcuni era una parentesi doverosa, ma pure densa di nostalgia e piacere, per lui era un’incombenza tale da richiedere considerevole impegno.

La madre di Elettronico, Annalisa Boffa Villamezzofanti in Innocenti (lei teneva molto ai suoi nobili cognomi, ma anche a quello da maritata, dopotutto), era una ultrasessantenne rifatta completamente per ben tre volte, l’ultima non più di sei mesi prima, con risultati che erano l’orgoglio della clinica estetica Perenne Innocenza.

E anche lei andava fiera del suo corpo plurirestaurato. Il dominio sul tempo che passa era suo motivo di vita da quando, ormai compiuti trentatré anni, un piccolo Elettronico già tormentato da domande inopportune, mentre in adorazione le osservava il viso, accarezzandola con un dito aveva insistito un po’ troppo su quella tenue riga orizzontale che le si stava formando sulla fronte.

Negli occhi del suo piccolo lei, in quel momento, aveva letto la curiosità mentre prendeva l’inevitabile (e imbarazzante) forma interrogativa.

Lo aveva preceduto: «È una ruga, Amore.»

Lo aveva detto così, un po’ d’istinto e un po’ per paura. Paura di tutto ciò che il soffermarsi a riflettere avrebbe potuto comportare. Ma un tarlo era entrato in lei.

Aveva iniziato una battaglia ostinata e terribile contro i segni che il tempo mostrava di volerle insinuare sul corpo. E aveva subito iniziato a stravincere. Il tempo le aveva provate tutte, ma lei ad ogni offesa aveva risposto con veemenza persino eccessiva. Oggi, a sessantasette anni, pareva più giovane della propria figlia (e sorella minore di Elettronico), Entropia. In famiglia pareva una nipote, non la matriarca. Poteva anche sembrare al massimo coetanea del boyfriend che si portava appresso, un giovane body stylist (consulente esterno, per altro molto competente nel proprio ramo, della clinica Perenne Innocenza) perdutamente innamorato dello spettacolare risultato tecnico che Annalisa rappresentava. L’ultimo ritocco era stato una semplice miglioria, non lo aveva nemmeno imposto il tempo, che con lei sembrava ormai aver battuto in ritirata.

Per Elettronico, il rapporto con quella madre congelata sui tentatré anni (anzi, addirittura regredita quasi all’aspetto di minorenne, rispetto alla mamma con quella tenue ruga sulla fronte che lui ancora ricordava bene, e un poco rimpiangeva) era causa di grande imbarazzo. Lei lo chiamava Amore e questo lo disturbava. Forse perché chiamava tutti Amore: dal boyfriend, al consorte, ad entrambi i figli. Passando anche per Rufus il gatto e Albert-06 l’assistente domestico, che le giravano attorno in ogni istante da lei trascorso in casa.

Elettronico selezionò “AM” (che stava per Annalisa-Mamma) dalla sua rubrica e disse «Chiamata audio».

«Chiamata in corso», rispose il dispositivo e, dopo una breve attesa la comunicazione fu stabilita.

«Chi è che si ostina a chiamare mamma in audio monoaurale, Amore? Sei l’unico. Che cos’hai contro le chiamate in realtà aumentata? Va bene, va bene. Parliamo di cose importanti: sei già andato a fare i tuoi acquisti? Ricordi, vero? che oggi è la tua giornata degli acquisti? Sì. Ricordi, vero? che il tuo Amore ti ha prenotato una sessione dal nuovissimo Spendy? Compreresti a Rufus (Amorino!) la pappa di Salmone? Dovevo mandarci Alby, ma ha un problema, – povero Amore!  –  con il transponder e non potrà fare acquisti finché non vengono a ripararlo. Sì, lo so che potrei benissimo andarci io, ma in questi giorni sono così piena d’impegni che…»

Annalisa era torrenziale. Innanzi tutto, pure lei, per Elettronico, si nominava “Amore”. Anzi: “Il Tuo Amore”. E, rispondendo in vece del figlio alle proprie domande, lo sommergeva d’informazioni e incombenze che rendevano schiaccianti monologhi le comunicazioni tra loro.

«No, mamma: ho pensato di andare al centro commerciale qui vicino, quando esco. Sono stanco, oggi è stata una giornata impegnativa, abbiamo avuto una riunione con il Ministro…»

«Ah, il caro Attilio: Amore! Lo hai salutato per noi? Proprio ieri parlavo di lui con Papà (Amore!) Ma lo sai che è ormai prossimo alla pensione? Chissà che non sia tu a sostituirlo…»

«No, mamma, non ve l’ho salutato: non mi sono neanche fatto riconoscere. E poi sono un semplice funzionario di primo livello. Quando mai un funzionario di primo livello è stato nominato Ministro? E comunque non ho proprio alcuna ambizione di fare il ministro, né oggi, né mai.»

«Non dire così, Amore, con tutta la fatica che Papà e io abbiamo fatto per farti entrare ai Ministeri…»

Ecco: sua madre non mancava mai nemmeno di far scendere, con l’ondata di parole, il pesante detrito della raccomandazione che ad Elettronico era valsa l’ingresso nell’Ufficio matricole ai Servizi Operativi di Reggenza del Ministero di Sorveglianza. Un posto tutto sommato di un certo prestigio, al quale potevano ambire solo i laureati con lode. Quindi, diceva sua madre, la lode ce l’hai e te la sei guadagnata tutta da solo (ché il Rettore ex collega d’Università di Papà è andato in pensione proprio l’anno prima che tu t’iscrivessi): non stai usurpando il tuo posto. Ma quella raccomandazione ad Elettronico pesava. Non poteva dirsi una macchia sul curriculum, perché di curricula senza almeno una raccomandazione spendibile nella Pubblica Amministrazione non se ne vedevano più da almeno mezzo secolo. Però questo a Elettronico non piaceva. Non che lui fosse un “puro”. Era, anzi, piuttosto incline ad evitare qualsiasi questione di principio, nonostante l’addensarsi di domande inopportune che si muovevano tra le correnti dei suoi pensieri come isole di plastica nel mare.

«Senti, Mamma, io andrei qui da Metropolispend allora, la mia spesa la faccio q …»

«Non se ne parla nemmeno. Tu non sai cos’è Spendy: un capolavoro della Scienza del Consumo, e tu ancora non lo conosci, ecco perché dici così. Il tuo Amore ti ha fissato la sessione per le diciotto in punto, vedi di essere alla registrazione per le 17:55 al massimo. Poi mi dirai. Sono sicura che te ne innamorerai! Bacio. Mamma ti ama» CLICK.

Finiva sempre così. La madre decretava, lui non era nelle condizioni (né avrebbe avuto voglia) d’opporsi.

Guardò sul suo dispositivo il tragitto che doveva fare: non distava molto dal percorso che dai Ministeri lo conduceva a casa.

Ok Mamma. Proviamo questo Spendy, allora, pensò.

La pubblicità audio che accompagnava la schermata di prenotazione a suo nome recitava:

«L’unico Supermercato nel quale puoi concentrarti esclusivamente sulla tua spesa?»

«L’unico nel quale un rispettoso silenzio ti consente di non dimenticare proprio nulla della tua Lista?»

«L’unico nel quale non devi perdere tempo in incontri futili e inopportuni con conoscenti, colleghi e  parenti?»

«L’unico dove sei davvero solo con i tuoi bisogni di consumatore?»

«Spendy: L’Unico!»

Le frasi, recitate da una voce perfettamente impostata e suadente, probabilmente non sintetica (ma questo era impossibile distinguerlo con certezza) erano inframmezzate da brevi jingle frenetici. Dopo il nome si passava, invece, a un tappeto armonico in tonalità maggiore, rilassante e vellutato all’orecchio.

«Da noi vivrai un’esperienza di spesa unica! La tua sessione inizierà alle diciotto-zero-zero. Presentati al punto di accoglienza numero quattro almeno cinque minuti prima. Grazie e buona spesa.»

 

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