La riunione col ministro
«Bene, direi che possiamo finalmente iniziare – disse il ministro – Allora, cosa abbiamo?»
Prese la parola il direttore: «L’agente di primo grado Innocenti farà da presentatore della relazione introduttiva… Prego, agente, presenti al lettore il documento.»
Per tradizione, proveniente dal tempo in cui i dispositivi di lettura erano da tavolo e incorporavano un alimentatore automatico di fogli, la relazione introduttiva veniva materialmente introdotta nei lettori, prima in forma di documento cartaceo, poi, in tempi più recenti, anche negli appositi slot per la lettura dei supporti digitali di memoria. Nonostante i più moderni lettori fossero antropomorfi, quindi in grado di assumere la postura umana prendendo con le mani i documenti cartacei, che poi leggevano grazie agli scanner ottici posti sulla loro testa al posto degli occhi, era tutt’ora in vigore l’usanza di introdurre i documenti nell’alimentatore automatico che i lettori antropomorfi avevano al centro della schiena.
Elettronico prese i fogli della relazione introduttiva che gli porse la dottoressa Roboante, si alzò e fece un lungo giro attorno al tavolo da riunioni, arrivando fin dietro al posto del lettore. Questi, fino a quel momento perfettamente immobile, si chinò leggermente in avanti per porgergli il dorso e disse: «Prego, agente.»
Elettronico introdusse i fogli nell’alimentatore. I fogli vennero trascinati all’interno del torso, per uscire direttamente da una sottile feritoia sul petto del lettore che li prese con le mani. Le tradizioni erano tradizioni.
Il lettore volse lo sguardo ai fogli che teneva davanti a sé, controllò la protocollazione e poi attaccò con la sequela di riferimenti normativi, regolamenti interni, delibere e circolari di chiarimento che prevedevano le interpellanze ministeriali e gli obblighi di risposta da parte degli uffici; le interessenze fra dipartimenti e fra i ministeri; le facoltà del ministro e del sottosegretariato; i permessi, i permessi speciali, i permessi straordinari, le deleghe… Insomma: solo ad elencare la tipologia dei contenuti di una relazione introduttiva non basterebbe un quarto d’ora di tempo.
Ma la burocrazia aveva una forma, e questa andava rispettata: la relazione introduttiva doveva essere letta per intero ed esplicitamente approvata dai convocati alla riunione.
Quella odierna, per fortuna, era un’interpellanza monotematica e la relazione introduttiva era composta di sole sette pagine in corpo otto, interlinea singola: un quasi trascurabile muretto di sessantamila caratteri (spazi inclusi).
Il gruppo di funzionari riuniti se ne liberò in scioltezza: non si diventava burocrati di alto livello senza una solida tenuta alle sedute fiume.
Quando il lettore di documenti ebbe terminato venne velocemente verbalizzata l’approvazione di tutti, quindi prese la parola il direttore: «Signor ministro, egregi sottosegretari, il mio dipartimento, incaricato di sorvegliare l’attività sovversiva delle fondazioni facenti capo a tal Ficenza Benedetto, ha da presentarvi innanzi tutto questo documento…» e, alzandosi, porse al ministro uno degli originali del dossier redatto da Innocenti. Poi, con un notevole allungamento, date le dimensioni del tavolo, consegnò gli altri quattro originali ai sottosegretari, tre dei quali appoggiarono direttamente i loro fogli sul tavolo per volgersi subito al lettore, che prese i fogli, li esaminò con i suoi sensori ottici e con tutti gli altri sensori dei quali era dotato, poi orientò il volto verso il ministro. Questi, che aveva sgranato tanto d’occhi sul proprio originale, stava già cercando il soccorso del lettore ufficiale, quindi disse pronto: «Prego, sottosegretario lettore, legga pure».
L’unità riportò il proprio sguardo cibernetico sui fogli e tacque.
Ermaneschi, il sottosegretario umano che gli sedeva a fianco, gli disse: «Kappa, ehm… ad alta voce: a beneficio di tutti».
Il lettore si scusò con un cenno della mano destra, che aveva lasciato per un instante la presa sui fogli, poi partì con le formalità di rito previste per la lettura di documenti non preventivamente protocollati (quali erano invece, ad esempio, tutte le relazioni introduttive, compresa quella appena salmodiata): «Analisi ottica del documento: scritto a mano libera; natura umana dell’autore: altamente probabile; inchiostro nero. Pare un testo antico, ma è chiaro che non lo è: la carta sul quale è stato scritto ha un contenuto di carbonio-14 che consente di datare il documento come contemporaneo. Inoltre, l’inchiostro conserva un tasso di umidità non compatibile con una scrittura più “antica” di qualche giorno…»
«Cos’è? Uno scherzo?!» tuonò a questo punto il ministro.
«È un dossier scritto a mano, signor ministro, – intervenne il direttore, – risultato delle indagini del mio dipartimento e vergato dal qui presente agente di primo livello Innocenti…»
«Uhm, interessante…», approvò il ministro «Molto originale! Naif! Via, via, non perdiamo altro tempo e leggiamo.»
La lettura ad alta voce del dossier ebbe quindi inizio. Ma fra evidenti incertezze, balbettamenti e ripetizioni: come tardivamente previsto da Elettronico, la scrittura a mano era mal digerita da un lettore d’ordinanza.
«Posso chiedere un minuto di sospensione per l’addestramento?» si risolse presto a domandare il lettore.
«Certo», rispose il ministro.
«Agente Innocenti», disse poi il lettore rivolgendosi a Elettronico, «posso chiederle se è disponibile un archivio di suoi appunti redatti a mano libera?»
«Sì, ce l’ho», rispose l’agente.
«Posso chiederne l’accesso temporaneo?»
«Sì, nel server del Ministero sono presenti numerosi files digitalizzati di appunti redatti a mano da me. Ecco il mio badge», disse Elettronico, attivando il proprio qrcode olografico a benefico del lettore.
«Li ho trovati», disse un istante dopo il robot. «Sul suo dispositivo di comunicazione personale trova la richiesta di consenso per l’accesso temporaneo della durata di un minuto del lettore Kappa-Kod 23066. Il lettore Kappa-Kod-ventitre-zero-sei-sei sono io…»
«Certo», fece Elettronico fornendo il consenso.
Il ministro si mostrò insofferente: «Tutta questa privacy mi fa ridere…».
La sua segretaria personale lo guardò severa.
«Signorina, non mi guardi così! Questa è una riunione ministeriale: tutti i partecipanti, lei e la segretaria del direttore dipartimentale comprese, hanno un livello di accesso agli atti al minimo di categoria “A”. Non mi dica che non devo rivelare che ‘sta storia della privacy è tutta un bluff!»
La segretaria personale del ministro non mutò il proprio sguardo.
Intanto il lettore aveva terminato l’autoaddestramento. «Grazie agente», disse e attaccò a leggere il contenuto del Dossier Ficenza, questa volta senza incertezze di sorta.
Al termine della lettura il direttore riprese la parola per menzionare i codici di legge che consentivano di dichiarare il sovversivo Ficenza e tutte le organizzazioni a lui riferibili, come colpevoli di evasione fiscale per mancato versamento delle tasse sulle operazioni di distribuzione.
La discussione che seguì fu sorprendentemente breve: il ministro degli affari di sorveglianza autorizzò l’emissione di un mandato speciale per la ricerca, l’arresto e la messa ai ceppi di Benny Ficenza.
Ai Servizi Operativi di Reggenza fu assegnato a tempo indeterminato l’incarico di coordinamento e direzione delle operazioni, nelle quali sarebbero stati coinvolti reparti speciali di altri ministeri: della Forza Pubblica, del Commercio e Servizi, delle Tasse, nonché della Propaganda.
Null’altro essendoci da deliberare, soddisfatte le istanze per le quali il ministro aveva convocato la riunione dei Servizi Operativi di Reggenza, la seduta fu tolta.
Il direttore e i suoi due collaboratori vennero congedati dallo staff ministeriale senza ulteriori cerimonie.
La riunione era stata un successo: il direttore volle subito significare a Elettronico tutta la propria stima e gratitudine, concedendogli un permesso premio di quindici minuti.
Rientrando negli uffici del dipartimento, otto piani sotto a quelli del ministro, una volta in ascensore il direttore volle anche capire meglio la natura del breve alterco nella quale era stato nominato “il congiuntivo”.
La Roboante chiosò: «La segretaria del ministro ha detto “…credo che il ministero abbia acquistato l’unità già colorata di blu diplomatico” e il ministro ha chiesto al sottosegretario di confermare…»
«E… Quindi?» replicò il direttore, quasi impettito davanti alle porte scorrevoli dell’ascensore, in impaziente attesa della loro riapertura al piano e dando le spalle sia alla segretaria, sia a Elettronico.
I due si guardarono, entrambi un po’ imbarazzati. L’espressione di lei diceva “E quindi, che?”.
Elettronico le venne in aiuto: «Direttore, i robot non capiscono le frasi che esprimono incertezza. Per loro non ha senso il modo congiuntivo, non riescono a comprenderne il significato, perché non può esistere incertezza per loro. Sono mentalità essenzialmente binarie e li confonde chi formula frasi con le quali non sia possibile determinare una certezza logica.»
«Tutte queste storie», commentò il direttore girando un poco il capo, «per non fargli dire “scusi non ho capito”?».
«Il problema – proseguì Elettronico – è che non capiscono nemmeno di non aver capito, e, da parte di noi umani, non è elegante parlarne, o correggerci vicendevolmente a riguardo, di fronte a loro. Non dimentichi che sono, sì, al nostro servizio, ma sono preziosi collaboratori, non dipendenti, né schiavi. Senza le loro capacità, la loro forza, il loro fenomenale rendimento energetico, non saremmo in grado di produrre nulla. E anche quelli di loro che non producono direttamente, perché ci affiancano qui ai ministeri, hanno capacità per noi inarrivabili: di memorizzazione, di azione, di elaborazione. Insomma: dobbiamo trattarli con il massimo rispetto e non fargli balenare il sospetto di esserci inferiori.»
Il direttore manifestò tutto il suo dissenso, apostrofando Elettronico con un «Non usi con me questa retorica da due crediti, Innocenti!». Poi, tentando anche di giustificare la propria scarsa sensibilità a certi problemi, aggiunse: «Bah! Tutte queste attenzioni, poi… Per delle macchine. Oh, sì, senzienti finché vogliamo, ma pur sempre macchine. A me pare una colossale sciocchezza. Non vale nemmeno la pena di parlarne. Io le macchine le rispetto, tutte, ma di starne a fare addirittura questioni di riguardo grammaticale, non ci penso proprio!» E chiuse il discorso con un bel: «E infine – diamine! – il congiuntivo! Chi lo usa più, a parte le segretarie personali dei ministri? Ma di cosa stiamo parlando?»
La Roboante guardò Elettronico inarcando le sopracciglia, poi fece una leggera smorfia, che voleva dire: «Ah, se lo dice lui…»
Elettronico, che era consapevole di avere riflessi assai lenti quando si trattava di guardare negli occhi una donna, si meravigliò di come gli fosse facile comprendere il linguaggio non verbale di Anna Pervinca Roboante.
I due si sorrisero in un attimo di singolare complicità.

