Multipatologico – IV

La mia storia di malato oncologico. Perché sì, perché credo che valga la pena raccontarla…

IV

Ho già detto che io e mia madre eravamo curati nello stesso policlinico, dagli stessi medici. Negli ultimi suoi giorni lei era ricoverata e, per quanto in condizioni critiche, era perfettamente lucida (lo è stata fino alla fine), sempre gestendo da sé i rapporti con i medici, i colloqui, le decisioni da prendere. Tuttavia, sentendo che la sua situazione si stava complicando in modo repentino e faticando a parlare, aveva espresso il desiderio che i medici informassero in modo dettagliato anche me, in modo da non dovermi ripetere quanto era stato riferito a lei.

Era particolare parlare di Mamma, della sua situazione, con gli stessi specialisti che da anni curavano anche me.

Ho sempre cercato di immaginare come dev’essere stare dall’altra parte della scrivania, con il paziente di fronte che attende ogni tua parola pieno di speranza. O di timore. Oppure al capezzale di un ricoverato, con la morte che aleggia e che tu devi provare a non lasciar avvicinare, o almeno cercare di rendere meno terrifica, se il tuo paziente si è già accorto che, Lei, è lì con voi.

Ma mai questa curiosità mi ha assillato come quando sono stato di fronte al medico che mi ha fatto condoglianze non puramente formali per mia madre e poi è passato a parlare delle stesse cure da fare su di me. Al di là del dolore che mi frastornava per la perdita, c’era questa domanda che mi rimbalzava in testa e giocava a una sorta di rumorosissimo flipper tra i frammenti di sofferenza: cosa starà pensando questo valentissimo medico? Ho letto il suo curriculum: come tutti i suoi colleghi del reparto di ematologia è laureato con lode, vanta numerosi e prestigiosissimi master ed è parte integrante dell’eccellenza sulla quale si fonda questo policlinico. Ma quanto vorrebbe non essere di turno oggi? Quanto teme, lui, adesso, le mie possibili domande? Sicuramente più di quanto io non tema le sue sentenze.

Lui non sa, ma è così: nulla può scalfire la fiducia che questo paziente ripone in lui, nel suo staff, nei suoi preparati chemioterapici dai nomi complicatissimi (ma che io conosco già a memoria, perché mia mamma ha già fatto queste cure, per ben due volte). E qui mi sto ripetendo, lo so, ma questo è un altro punto di vista: quello di un paziente che ha perso la madre, nonostante le cure; non per il “fallimento” di quelle cure (ché fallimento non c’è stato, e questo paziente lo sa, ma lei, dottore, non può essere sicuro che quest’uomo che ha di fronte, proprio questo – perdoni il suo sguardo di cemento –, non dubiti, invece, delle cure perché sua madre è morta una settimana fa, e aveva fatto quelle stesse cure, e di queste cure lei, medico, gli deve parlare adesso. Cure nei confronti delle quali lei, qui e ora, deve instillargli tutta la fiducia possibile, senza menzogne, senza false illusioni. Soltanto ragionevole fiducia).

E così mi sono ritrovato a dover, io, mettere a proprio agio il medico, cercando di fargli sentire ciò che provavo veramente. Non avevo parole per farlo, ma dovevo fargli capire che ero un caso particolare: riuscivo ad essere “vergine” come il paziente che aveva visitato poco prima, e come quello che avrebbe visitato dopo. In questo stava la mia particolarità: aver visto la malattia abbattersi con tutta la sua potenza sui miei affetti, ma sentire quella ragionevole fiducia in me: già in me e non c’era bisogno che lui con perizia dialettica ne ravvivasse il fuoco affinché l’esperienza appena vissuta non la spegnesse, ma dosando ogni parola affinché, al contrario, non la facesse  divampare in una cieca fede nella vittoria finale, ché di menzogna appunto si tratterebbe, allora.

Io, già ora, dottore, mentre lei mi elenca ancora una volta quali sono gli effetti collaterali attesi, e mi spiega che per ognuno di quegli effetti c’è un rimedio, un antidoto efficace, o addirittura più d’uno, e m’invita a farle tutte le domande che ritengo opportune, io già ora sono convinto che questa non è solo l’unica via possibile: è la mia salvezza. Lo è stata per mia madre, fino a che il suo tempo non si è compiuto, e ora lo sarà per me. Non lo so ancora spiegare così bene, non ho ancora focalizzato la parola che, unica, riesce a esprimere cosa sono, per me, le cure, e gli ospedali, e i medici che si occupano di me. Forse un giorno ne scriverò, quando avrò capito cosa mi sta succedendo, ma sento che, comunque vada, è così che deve andare. E qualsiasi rassicurazione che lei cerchi di darmi è un particolarissimo deja-vu: non ho mai vissuto questa scena e non ho idea di come io sappia queste cose. Eppure le so. Le ho in me.

In questo momento io sono tutta la ficucia che un uomo può avere.

La visita è finita: mi alzo, saluto l’ematologo con cordialità, sorrido. Non ho paura, dottore. Nemmeno un po’.

 

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