Multipatologico – III

La mia storia di malato oncologico. Perché sì, perché credo che valga la pena raccontarla…

III

Ma perché questo scritto?

Ora le cose vanno bene. Il 2024 è terminato con importanti esami medici da fare e, sebbene io non possa affrontare alcun esame in completa tranquillità, ormai ci ho fatto l’abitudine e ho imparato a gestire ogni questione medica in leggerezza. E tutto continua ad andare molto bene.

(Quando dico “ogni questione medica” intendo pressappoco la quotidianità: data la mia condizione di multipatologico, le visite di follow up, gli esami, le terapie da fare hanno scadenze molto ravvicinate, ed è raro che io trascorra più di un paio di settimane senza almeno una “questione medica” in agenda…)

Sto diventando anche un po’ cinico: vedo trasmissioni con persone più o meno famose che… hanno affrontato la battaglia; che… reagiscono alla notizia; che… In quel momento ho capito che nulla sarebbe stato più come prima.

Trasmissioni e notizie che un tempo mi sembravano molto melense, talvolta puri esercizi di esibizionismo, e che, invece, ora mi ritrovo a commentare, da questa parte, con un pensiero che potrei riassumere pressappoco così:

Poche storie, ragazzi!

Se il dolore fisico non è tale da togliere ogni possibilità di ragionare (e su questa evenienza non mi pronuncio, perché il mio dolore, pur notevole talvolta, è sempre stato alleviato dalla rassicurante consapevolezza che si trattava di un malessere transitorio e quei momenti, che mentre stanno passando sembrano non passare mai, poi finiscono, e lo sai che devono finire, e questo ti dà la forza per stringere più forte i denti), se un dolore senza speranza, dicevo, non ti toglie in modo definitivo la luce e con essa ogni possibilità di ragionare, l’obbligo è andare avanti senza alcuna esitazione: testa bassa, con fiducia (nei medici) e sana consapevolezza (della nostra caducità).

 

Sono arrivato a considerare tutto ciò perfettamente normale, perché la vita ha una durata maggiore rispetto a un tempo, quindi occorre adattarsi all’ordine delle cose: può darsi che una lunga parte della vita vada affrontata in convivenza con malattie che un tempo non lasciavano alcuno scampo.

Ciò non vuol dire che stare al mondo diventa sopravvivenza, o semi-vita in attesa della morte. Né eroismo o donchisciottesca lotta senza quartiere.

Poche storie, e vivere. Come si può, sempre al meglio che si può.

Il nostro corpo e la nostra mente sono cose meravigliose: possiedono una capacità di adattamento che si può capire davvero solo se quel cambiamento è in atto in te. Per il resto bisogna solo credere a chi ci dice che è possibile convivere serenamente con fatti della vita che sembrerebbero inaffrontabili. E invece vanno affrontati: per tempo e nel tempo, con convinzione, senza lasciarsi sopraffare dalla paura.

 

E io voglio dirlo, voglio farlo capire a tutti. Parlo serenamente del mio stato di salute perché sono sereno. E vorrei donare un po’ di questa serenità a chiunque abbia voglia di dialogare idealmente con me, ascoltandomi raccontare attraverso questo mio scritto. Augurando loro di non dover vivere mai ciò che sto vivendo io, ma dando la consapevolezza che, se mai dovesse capitare:

Si-può-fareeeee!

Non so quanto tempo mi resta. Per come sembrano andare le cose, e per ciò che dicono gli esami in questo momento, spero: abbastanza per mantenere ancora a lungo la voglia di fare, e di sostenere quanto qui vi dico.

E ci sto lavorando. Senza fretta, con la sincera fiducia di avere tempo. Sto scrivendo della mia condizione e del mio modo di affrontarla. Sto mettendo assieme, in un “racconto”, magari frammentario, ma coerente, tutto ciò che spiego agli amici, quando li aggiorno. Anche ciò che sto scrivendo ora ha questa origine, e qualcuno, magari, potrà riconoscerlo come già letto, o sentito dire da me.

Forse è un’impresa da illuso, davvero donchisciottesca, e non me ne rendo conto. Tuttavia, voglio provarci.

Voglio scrivere qualcosa che, anche quando non ci sarò più, possa dire a qualcuno che io ce l’avevo fatta a vivere bene nonostante tutto. E possa far comprendere come.

Non pensate: Lui è lui, io non ce la farei mai. Non fatelo!

Perché sì, certo: si può fare! Lo sto dicendo proprio a te che leggi, in questo preciso momento. Con la mia voce. Comunque sia andata. Qualsiasi momento della tua vita (e della mia) sia questo.

 

Paradossalmente, questa cosa avrà ancora più senso proprio quando non ci sarò più. Perché qualcuno, cinico quanto il sottoscritto, adesso potrebbe pensare: “Beh, facile fare l’ottimista, finché gli esami di controllo vanno bene…”

E, invece, quello in cui voglio riuscire è proprio mantenere questo atteggiamento anche all’eventuale peggiorare delle mie condizioni. Perché – lo ricordo – la mia idea è: sfruttiamo la capacità di adattamento della nostra mente. Se non la so sfruttare all’ulteriore cambiare delle mie condizioni, allora l’ipotesi è falsa.

Voglio che la mia fine sia il sigillo alla mia tesi.

Non vi sembri, con ciò, che abbia fretta di sigillare alcunché: sarà un lavoro di pazienza, il mio. Di costruzione lenta e tenace di un messaggio. Ho avuto in dono l’attitudine ad affrontare in modo positivo le difficoltà, e la sto analizzando, la sto mettendo alla prova, giorno per giorno, messaggio dopo messaggio, racconto a voce su racconto a voce…

 

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