Multipatologico – V

La mia storia di malato oncologico. Perché sì, perché credo che valga la pena raccontarla…

V

Attendere il referto di un esame istologico, o quello di una tac che deve stabilire la stadiazione di un tumore è un’attesa lunga. Data la particolarità dell’indagine, la refertazione è molto veloce, ma, per il paziente, il tempo dell’attesa risulta dilatato in modo abnorme.

È un tempo che sembra fermarsi e nel quale fai fatica a trovare distrazioni. Il pensiero vaga sempre attorno alla proiezione del momento in cui finirà l’attesa. Aleggia e ti preme dentro una presenza che è quasi fisica. Come con una vescica al piede, come in un mal di denti, c’è qualcosa che spinge da qualche parte. Non ti fa un male insopportabile, ma non si lascia dimenticare. Contrariamente al mal di denti non sai e non capisci bene dove sta spingendo, ma c’è.

Quell’attesa è attesa di un punto di svolta. Sai che potrà cambiare in modo definitivo la tua vita, le tue aspettative, il tuo modo di pensare, i rapporti con le persone che ami. Se ci pensi bene, sai anche che i giochi sono già fatti, in te: resta solo da scoprire in quale modo.

Io non lo so se sia un metodo che ha senso condividere, o se non sia, piuttosto, una mia semplice illusione, ma io, se mi concentro su questo, sul fatto che la sliding-door non è il momento in cui saprò com’è andato l’esame, bensì che tutto è già stabilito, mi sento un po’ meglio, mi parte un po’ di sana incoscienza che mi facilita la menzogna con me stesso: che va bene così, che non ha senso macerarsi nella consapevolezza di quella cosa che spinge, da qualche parte.

Perché non ha motivo di spingere, la tua condizione attuale dipende da qualcosa che è già accaduto in te. Il punto di svolta è alle spalle, in un luogo nel tuo corpo che ha dimensione microscopica, in un tempo che non è possibile collocare altro che grossolanamente nel passato. Ergo: quello che attendi non è realmente un punto di svolta.

E se proprio non ce la faccio a entrare in questo mood, cerco almeno di convincermi che tutto può essere cambiato al momento dell’esame: è da quel punto che per i medici è (stato) possibile stabilire in quale destino la mia vita è incanalata. Perciò è comunque tutto già successo, non arriverò mai di fronte a quel punto di svolta; l’attesa non ha senso, perché la svolta è già alle mie spalle. Non posso farci nulla.

Ma perché, potrete chiedervi, questo supremo fatalismo? Non fa più male dell’attesa? Un momento: non sono ancora arrivato al mio modo di attendere una sentenza, che è quello di immaginarmi il peggio. Cioè, sono entrato nell’idea che tutto è già stabilito; ora non mi resta che convincermi che l’esito è quello più infausto. Fisso nella maniera più solida possibile nel mio modo di pensare questa consapevolezza.

Non sono incline alla depressione, quindi sostare per qualche ora, o qualche giorno, alle soglie della disperazione non mi fa troppo male. E, se l’attesa era un dolore, era qualcosa che premeva, ora questa condizione che, sotto sotto, so essere finzione, ha una via di fuga. Via di fuga che nascondo a me stesso, ma so essere reale. Questo fa sì che sperare abbia ancora un senso e la speranza è comunque una finestrella nel buio di quella drammatica finzione. Lontana, ma non irraggiungibile, illumina tenue e tuttavia in modo vivido una parte profonda del mio pensiero, che si è fatto quasi completamente cupo.

Incollato a questo punto di vista, immerso in questa sensazione talmente forte da farsi situazione, penso che ogni risultato meno grave sarebbe stato auspicabile. Allora mi chiedo cosa darei per poter fare in modo di cambiare quell’esito (che, ve lo ricordo, in quel momento immagino il peggiore possibile). Cosa darei per avere la possibilità di renderlo un po’ meno cattivo, e a come mi sentirei di fronte a quel potere.

Con l’esito in assoluto più infausto, se mai si possa immaginare una scala assoluta delle disgrazie, fino a oggi non mi sono dovuto confrontare, quindi è un po’ come se quel potere di cambiare le cose lo avessi davvero esercitato. Lo so, è un’illusione; forse ingenua, ma mi fa bene, mi aiuta a non dimenticare che poteva andare peggio e peggio non è andata.

Ogni santo giorno, se mi prende un attimo di sconforto per la mia situazione, torno con la mente al pensiero di cosa avrei dato per ottenere l’esito che realmente ho al posto del più infausto che ho immaginato di avere. Quindi, oggi, ho qualcosa che allora era auspicabile, era desiderato al di sopra d’ogni altra cosa.

Poteva andare peggio e peggio non è andata. È il mio mantra. Il momento di sconforto passa e mi accorgo che sono di nuovo capace di dire: «Cosa voglio di più?»

 

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