L’anticamera del gabinetto del ministro
Puntuale, Elettronico Innocenti era giunto davanti agli uffici del Ministro dove, poco dopo, si presentarono il Direttore del dipartimento e la sua segretaria, carica di faldoni di documenti: era chiaro che il capo, partendo dall’idea di Elettronico, aveva adottato la strategia della “montagna di carte”, un vecchio stratagemma per fare un po’ di confusione laddove la desolazione delle reali conoscenze non lasciava speranze di successo alla verifica di un’interpellanza ministeriale.
Il trio entrò nella segreteria del ministro, un immenso ufficio completamente vuoto con una sola postazione di lavoro, dalla quale una graziosa assistente cibernetica dalle perfette sembianze umane si alzò per accoglierli. «Buongiorno, direttore, il ministro la aspetta. Signorina e signori, prego, seguitemi», disse, guidando i tre nell’anticamera del gabinetto ministeriale.
Il Direttore puntò direttamente all’ufficio del ministro senza attendere altre istruzioni dall’assistente, mentre Elettronico e la segretaria rimasero fuori.
L’assistente, che indossava la severa divisa d’ordinanza moiré cangiante del Ministero di sorveglianza, sorrise alla segretaria, fece un reverente cenno di saluto all’agente di primo grado Innocenti e si congedò.
Elettronico e la segretaria rimasero soli.
Non essendoci alcun appoggio utile nell’anticamera, Elettronico chiese: «Ehm…Posso aiutarla, con quei faldoni?».
La segretaria rispose affabile: «Non si preoccupi, agente Innocenti, a parte questo piccolo più in alto, che contiene il suo dossier e poco altro, sono tutti vuoti!»
«Mi perdoni, – replicò Elettronico – pareva stesse facendo un po’ fatica…»
«Il capo ci tiene molto, quando adotta questa tattica: ho dovuto esercitarmi a lungo. A casa lo faccio regolarmente con dei cuscini di aerogel.» E rise di gusto, pur abbassando lo sguardo.
A Elettronico il contegno della segretaria parve imprudente. Avvicinandosi un poco, molto più di quanto una rispettosa distanza fra colleghi consentisse, sussurrò all’orecchio della donna: «Ssss… Non è un discorso opportuno…»
La segretaria del capo non mutò la sua espressione divertita e, anzi, parve ancora più ilare. Guardandosi attorno con ostentazione, lo apostrofò: «Agente, non sa che le anticamere ministeriali sono zona di trattative politiche? E ora siamo soli. Nessuna sorveglianza, qui! Si chiamano Zone Franche Ministeriali.»
Elettronico ne fu basito, e il suo sguardo disorientato lo tradì ulteriormente, anche se per un solo istante: un conoscitore di leggi e regolamenti come lui poteva trovarsi in così palese difetto?
La segretaria del direttore…
La segretaria del direttore era laureata in economia, con specializzazione in spesa pubblica, praticamente la laurea più diffusa fra i dipendenti dei ministeri, ma aveva completato in modo brillante diversi master, fra i quali spiccavano “Segretariato ministeriale” e “Gestione crisi”. Per antica usanza, della quale ormai nessuno era in grado di risalire alle origini, il personale del ministero che svolgeva funzioni di segretariato per gli alti funzionari e i ministri, era chiamato “Signorina”. Anche se di sesso maschile, perché l’appellativo era desueto per ogni altra funzione e aveva perso la caratterizzazione di genere. La funzione di segreteria personale, ai Ministeri riuniti era di altissimo livello e i profili erano selezionati con grande severità.
Dal punto di vista gerarchico i segretari personali erano equiparati agli agenti di primo livello. La preparazione e i titoli richiesti dovevano essere importanti, e le raccomandazioni di grande rilievo. La selezione di un segretario personale era un equilibrato mix fra capacità, preparazione e forze di spinta. Una volta raggiunta la posizione, la componente “raccomandazioni” perdeva ogni valore e il segretario doveva andare avanti con le proprie risorse.
Se era davvero in gamba, cosa altamente probabile visto che il peso iniziale delle componenti “capacità” e “preparazione” valeva due terzi del curriculum di tutti e altra possibilità non si dava, poteva mantenere l’incarico al cambio dei dirigenti o dei ministri, divenendo personaggio chiave all’interno di un dipartimento o, addirittura, dell’intero ministero. Ogni nuovo alto dirigente, e persino ogni nuovo ministro, in pratica veniva addestrato dal segretario personale del suo predecessore, ma lasciava al segretario gran parte delle conoscenze e operatività della funzione dirigenziale. Questo spiega perché, al termine del periodo di addestramento di un nuovo alto funzionario, il personale con funzione di segreteria personale veniva immancabilmente confermato nel proprio incarico.
Il ricambio era comunque assicurato dal fatto che “le signorine” erano sottoposte a un notevole stress, compensato da un’ottima retribuzione, per dei funzionari pubblici. Motivi che portavano ad una durata di carriere mai superiore alla dozzina d’anni, al termine dei quali ci si poteva ritirare, smettendo definitivamente di lavorare, entrando a far parte della popolazione non attiva.
La segretaria del direttore era la dottoressa Roboante, di nome Anna Pervinca, Vincy, per le persone a lei più vicine. Era una ragazza alta circa un metro e settanta, aveva una voce leggermente roca, ma completamente priva di toni bassi. Pareva sussurrare, anche quando parlava a volume di voce normale. Capelli castano scuri con riflessi tendenti al rosso, ordinati da un’acconciatura semplice e un taglio che arrivava a sfiorare le spalle, occhi verdi. Non vestiva mai la divisa d’ordinanza, che non era obbligatoria per i segretari personali dirigenziali, a meno che i dirigenti stessi non la imponessero ai loro collaboratori. Quel giorno indossava un tailleur grigio chiaro che la fasciava elegante fino al ginocchio non evidenziando troppo le forme femminili, ma senza nemmeno nasconderle completamente. Collant chiari e leggeri, scarpe in tinta con il tailleur, tacco medio.
Elettronico si rese conto in quel momento che la trovava molto carina, anche se non straordinariamente bella. La vicinanza che poco prima aveva osato raggiungere gli insinuò il delicato profumo fruttato di lei, sicuramente di marca, distraendolo dall’imbarazzo per la gaffe con la quale aveva mostrato totale ignoranza riguardo l’esistenza di ambienti fuori dal monitoraggio costante da parte della centrale operativa di sorveglianza dei Ministeri.
Strano, – pensò, – di solito non mi capita di guardare i colleghi soffermandomi sulla loro avvenenza. Né di notare il loro profumo.
Sentì un brivido, poi un leggero capogiro.
Che mi prende? – si chiese. – …Possibile che la mia prima volta da presentatore della relazione introduttiva mi faccia quest’effetto? – dissimulò con sé stesso.
Elettronico Innocenti in ufficio era una macchina da guerra…
Elettronico Innocenti in ufficio era una macchina da guerra. Sempre freddo e impeccabile in presenza di colleghi e superiori. Concentrato, efficiente e molto serio nello svolgimento delle sue funzioni, compassato anche nei momenti di minore tensione. Composto pure nei rari istanti di relax che si concedeva, più per cortesia nei confronti dei pari grado che lo coinvolgevano in qualche pausa, che per reale bisogno di scaricarsi. Trentacinque anni, un metro e ottanta centimetri d’altezza, peso rigorosamente nella norma, capelli castano chiari, corti, occhi castani. Sempre ben rasato, sempre vestito con gusto, ma mai originale. Un tipo davvero poco appariscente, insomma. Laurea con lode in Scienze della burocrazia, Master in Ricerca d’archivio e servizio militare biennale prestato nel Genio Inquisitori, ma con funzioni di furiere, e all’attivo pochissime missioni operative sul campo.
Una “macchina da guerra”, sì: per quanto si possa credere che in un ufficio ministeriale la vita scorra stanca fra routines e tranquille faccende burocratiche, proprio la burocrazia era l’antagonista in una sorta di guerra fredda non dichiarata, né nominabile dall’esercito di impiegati, funzionari dei vari livelli e dirigenti ai Ministeri Riuniti. Sotto un altro punto di vista, la burocrazia era una belva che covava negli sterminati archivi dei Ministeri riuniti, e tutto il personale, i funzionari, i dirigenti tutti, fino ai ministri e al Presidente del Consiglio, erano i guardiani della “belva”.
E la belva, dormiente ma viva e presente, si può dire che con il suo metabolismo basale regolasse la vita dello Stato, con tutti i suoi apparati, e questi, di conseguenza, a regolare la vita in generale di tutti i cittadini.
Uno stuolo di leggi e decreti scandiva, guidava, teneva incanalato in un intrico di rigidi binari ogni evento possibile o impossibile nella vita della Città Metropolitana, e ai Ministeri Riuniti si badava principalmente a non far emergere incoerenze, contraddizioni, eccezioni, nel governo della vita pubblica in quel marasma di regolamenti.
Come un’immensa nave, era la Città: galleggiava e procedeva (taluni sostenevano alla deriva, ma erano malelingue) con il suo equipaggio composto dai funzionari pubblici umani e cibernetici, e con i suoi passeggeri: la popolazione.
Da decenni la produzione di leggi si era arrestata. Il Parlamento era stato definitivamente sciolto e il potere legislativo era stato rimosso dai poteri dello Stato. Non per iniziativa dittatoriale, né per prevaricazione di uno degli altri due poteri, o entrambi, sul terzo. Semplicemente, non c’erano più leggi possibili da fare: erano state scritte tutte. Ogni possibile evento era stato regolamentato, ogni evenienza era stata prevista e guidata preventivamente in modo opportuno in via teorica, da una legge dedicata. Tutto e il contrario di tutto era stato incanalato nelle capillari previsioni della legge.
Ora questa legge era solo da amministrare, proprio come e ancor più della spesa pubblica. Quindi, il potere giudiziario e quello esecutivo si erano fusi in una mastodontica entità che era cresciuta, nei decenni, fino a diventare “I Ministeri Riuniti”. La metà della popolazione attiva lavorava presso, o per, i Ministeri Riuniti, nella sede centrale, o in distaccamenti distribuiti sul territorio nazionale. Quasi per intero, l’altra metà si può dire che non lavorasse affatto, ed era divisa in intellettuali e hobbysti. Tutti quanti erano consumatori: per definizione e, va da sé, per legge.
Il lavoro, qualsiasi lavoro produttivo, era svolto dai robot.
«Ho letto il suo dossier, agente», disse la Roboante…
«Ho letto il suo dossier, agente», disse la Roboante ricomponendosi.
Anche Elettronico aveva subito ritrovato il proprio contegno abituale: «Sì, certo: ha avuto ben dieci minuti di tempo, da quando il direttore le ha dato la sua copia. Non c’era un granché da leggere, purtroppo», commentò Elettronico.
«In effetti non c’è molto di più di quanto si possa ricavare dalle notizie online», confermò lei.
«Ma… come ha reagito il lettore di testi alla mia grafia? – proseguì Elettronico, riflettendoci su. – Purtroppo, non ho valutato che potrebbe non essere leggibile, un documento del genere. È stata proprio un’idea balzana la mia, maledizione.»
«Non ho proprio idea di come possa reagire un lettore di testi, ma posso supporre piuttosto male, visto che, mi perdoni agente, lei scrive in modo terribile», concluse lei.
Elettronico avrebbe voluto chiosare, e magari fare un complimento all’abilità della segretaria, che – era evidente – sapeva leggere.
Ma la porta dell’anticamera dalla quale poco prima erano entrati si riaprì, ed entrarono due umani e due robot, accompagnati dall’assistente del ministro, che fece semplici e formali presentazioni: «Lo staff del direttore del dipartimento speciale, i sottosegretari», poi, dopo un nuovo cenno di reverente saluto, tornò nella stanza attigua.
Elettronico Innocenti conosceva perfettamente i sottosegretari: il dottor Analgesico, con delega ai rapporti con il Ministero della censura, era da sempre il braccio destro del ministro. Un omone che a dispetto del suo fisico possente ed apparentemente atletico, si muoveva quasi con incertezza: pareva un androide con le batterie esauste.
L’altro, Sofocle Ermaneschi, era un ex agente operativo in congedo, famoso per aver prestato servizio per anni in ambiente esterno. Aveva svolto incarichi di sorveglianza attiva, pedinando sospetti e presidiando siti sensibili. Il ministro lo aveva nominato sottosegretario per avvalersi della sua capacità decisionale in tempo reale. Non che un ministro, di qualsiasi ministero, avesse mai bisogno di prendere decisioni in tempo reale, ma un elemento del genere nei ranghi alti poteva controbilanciare, almeno un po’, la fisiologica inerzia dell’ambiente.
Gli altri due sottosegretari non erano umani: uno era un robot antropomorfo con funzioni di sorveglianza (praticamente doveva controllare l’operato degli interlocutori del ministro) che aveva il capo tempestato d’occhi per osservare e registrare a 360° gli ambienti nei quali il ministro aveva incontri istituzionali e operativi. Anche l’altro era un antropomorfo: un modello K d’ordinanza, lettore ufficiale di documenti. In ogni ministero veniva nominato sottosegretario un lettore K, per la sua capacità di tenere in modo molto naturale la posizione seduta ad un tavolo da riunioni, tenendo fra le mani i documenti da leggere ad alta voce.
Entrambi i robot non erano in divisa, ma ricoperti l’uno da una leggera corazzatura in fibra di carbonio colorata in blu diplomatico, l’altro con uno chassis in polimero bianco antiurto che riproduceva i muscoli del corpo maschile umano.
I quattro sottosegretari, invece, non conoscevano affatto i due con i quali stavano condividendo l’attesa, anche se avevano già incrociato la segretaria nelle riunioni ordinarie al ministero. Riunioni alle quali, di consueto, partecipavano anche tutti i direttori dipartimentali.
Non passarono che pochi secondi e a togliere tutti dal nascente imbarazzo di un forzato silenzio, si aprì automaticamente la porta del gabinetto del ministro. I due robot fecero contemporaneamente un piccolo passo indietro per rendere chiaro che concedevano la precedenza agli esemplari biologici. I sottosegretari umani entrarono senza indugio. La dottoressa Roboante, che era avvezza alle riunioni ufficiali, li seguì pronta. A questo punto Elettronico guardò indeciso il sottosegretario di sorveglianza, che non mosse un attuatore.
Trascorsero diversi istanti, poi dall’interno del gabinetto si sentì il ministro apostrofare: «Ci siamo già tutti?».
«No, signor ministro», rispose il sottosegretario sorvegliante «ma l’agente umano qui presente pare non volersi avvalere del suo diritto di precedenza…».
«Ehm, agente Innocenti – intervenne la voce del direttore – prego, si accomodi…»
Entrando incerto, Elettronico salutò con un leggero inchino…
Entrando incerto, Elettronico salutò con un leggero inchino il ministro che si trovava seduto a capo di un immenso tavolo da riunioni con, alla destra, la propria segretaria personale, umana, e i primi due sottosegretari; alla sinistra il direttore e la segretaria, la quale aveva pure lei preso già posto e stava terminando di sistemare i faldoni.
«Agente, l’emozione le ha fatto dimenticare il protocollo, del quale è il massimo conoscitore fra i miei collaboratori?» scherzò nervosamente il direttore.
«Chiedo scusa, ma il blu diplomatico del sottosegretario qui fuori in attesa lo pone in posizione di rilievo nelle riunioni ministeriali,» disse con un filo di voce Innocenti.
«Oh, perbacco! L’agente ha ragione», riconobbe il ministro.
«Devo uscire?» domandò Elettronico con una voce finalmente meno incerta.
«Macché! – replicò secco il ministro – non perdiamo tempo. Voi due, là fuori, volete farci la cortesia?»
I due sottosegretari entrarono accompagnati dal tenue ronzio dei loro meccanismi e presero posto, fluidi e veloci, sul lato del tavolo alla destra del ministro.
«Sottosegretario Sigma Dodici, che le è saltato in mente di mettersi in blu diplomatico?» chiese il ministro al robot di sorveglianza.
«Mi permetta, signor ministro, – intervenne la segretaria personale – credo che il ministero lo abbia acquistato così…»
«Dice davvero, signorina? Ohibò non ne sono affatto sicuro… – poi, nuovamente rivolto al robot –sottosegretario, conferma quanto dice la mia segretaria?»
Il robot interpellato non rispose.
«Sottosegretario? È presente fra noi?»
L’unità S12 in blu diplomatico rispose: «Presente, signor ministro. Può, cortesemente, riformulare la domanda?»
«Le ho chiesto se conferma quanto detto dalla mia segretaria! Non mi faccia perdere la pazienza, per favore!»
La segretaria personale del ministro intervenne, sottovoce: «Ministro, il congiuntivo…»
«Il congiuntivo? Che vuol dire “il congiuntivo”?», chiese lui, sempre più spazientito.
A questo punto la donna bisbigliò qualcosa al suo orecchio. Il ministro sbuffò e poi riformulò la domanda: «Sottosegretario Sigma Dodici, lei è stato acquistato dal nostro ministero con lo stesso colore di corazzatura che porta oggi?»
Il robot rispose: «Certo, signor ministro, le unità Sigma sono prodotte dalla filiale metropolitana della Fomori, primaria azienda di unità cibernetiche specializzate in sorveglianza. Siamo fornibili in sedici milioni di colori, a scelta del committente. La centrale acquisti del ministero mi ha ordinato quattordici mesi fa con questa tonalità di colore e la consegna è avvenuta esattamente nei dieci giorni previsti contrattualmente. Ho preso servizio come sottosegretario con la sua nomina del…»
«Sì, sì, d’accordo. Grazie, sottosegretario. Tutto chiaro», lo interruppe il ministro.
Poi, rivolto alla segretaria personale: «Segni che dobbiamo rivedere i capitolati di fornitura delle unità Sigma. E… mandare in manutenzione il nostro sottosegretario, per un cambio di colore.»
Elettronico, a questo punto, pensò fosse opportuno intervenire: «Signor ministro, mi consente una puntualizzazione?»
Ricevuto il consenso dal ministro, Elettronico proseguì: «Date le funzioni di sorveglianza del sottosegretario, io penso che sarebbe più opportuno non modificare la sua colorazione e rispettare i protocolli: il sottosegretario potrà così svolgere il proprio compito affiancando il ministro fin da prima dell’inizio dei lavori, cosa più che opportuna, trovo.»
Il ministro meditò un attimo, fece uhmmm, fece un breve sì con la testa, poi fece un cenno alla sua segretaria affinché correggesse l’appunto precedente.
Poi si volse al direttore, staccando anche un poco la schiena dalla sua seduta e disse piano: «In gamba, il suo agente…»
Il direttore del dipartimento sorrise tronfio, ma non aveva capito nulla della estemporanea discussione di affari interni all’ufficio del ministro e si voltò verso i suoi collaboratori con espressione interrogativa. La Roboante gli fece un cenno con il quale voleva significare “le spiego dopo”.
Brava, pensò Elettronico, sollevato, perché sarebbe stato imbarazzante dare spiegazioni esplicite al capo in presenza dei sottosegretari cibernetici.

