Multipatologico – VIII

La mia storia di malato oncologico. Perché sì, perché credo che valga la pena raccontarla…

VIII

Sono stato operato alla prostata nel dicembre del 2023, dopo una lista d’attesa che ovviamente, a me e ai miei cari, è parsa lunghissima, ma oggettivamente non è stata breve, considerata l’aggressività del mio tumore, che era stata valutata medio/alta dopo la biopsia di settembre. Insomma: a noi era chiaro che meno tempo si “perdeva” e più le mie prospettive sarebbero state buone.

Generalmente, entrare in ospedale per un intervento chirurgico è una cosa che non desidera nessuno ma, nella mia situazione, il bisogno anche mentale di liberarmi prima possibile di quella parte oscura, che stava lottando in modo silenzioso e subdolo per prendere il sopravvento, era prepotente.

Se si può dire “non vedere l’ora”, quell’attesa è stata, in ogni suo minuto, esattamente questo.

Di settimana in settimana la chiamata per il ricovero non arrivava. Avevo già fatto tutti gli esami preoperatori e sapevo che la prassi del reparto di urologia era chiamare telefonicamente il giovedì o il venerdì i pazienti che sarebbero stati operati la settimana successiva.

L’attesa era la mia condizione di vita. Il lunedì attendevo il martedì, che sarebbe stato un giorno più vicino al giovedì. E così per il martedì e il mercoledì. Il giovedì attendevo la chiamata. Se non arrivava entro le ore 15, ricalibravo la mia attesa sul venerdì. Alle 15:30 del venerdì iniziava a farsi largo tra i miei pensieri l’idea che avrei dovuto attendere un altro fine settimana, per ricominciare il lunedì successivo un’attesa che, in effetti, non aveva soluzione di continuità.

Nelle ultime settimane, su insistenza di Giuly (mia moglie, che è un ariete, non in senso astrologico, ma in senso metaforico, sfonda le porte chiuse a testate e riguardo la mia salute pretende che faccia lo stesso anche io) nei fine mattinata di ogni venerdì ho iniziato a chiamare io l’ufficio ricoveri. Inutile dire che la risposta dall’altro capo del telefono è sempre stata: «No, il suo nome nei ricoveri della prossima settimana non c’è. Resti in attesa, la chiameremo noi.»

Giovedì 30 novembre Giuly insiste perché io inizi a martellare l’urologia fin dal mattino presto, ma io non ho l’animo per sentirmi ripetere lo stesso messaggio e così chiama lei per me. «Farò la gnorri, – mi dice (lei è bravissima in questo tipo di tattica), – dirò che… la scorsa settimana avevate detto a mio marito che sarebbe stata per la prossima, ma tu adesso non puoi richiamare».

Va bene, prova pure…

Attesa per il suo resoconto.

Ore 13:30, messaggio WhatsApp: “Tieni libero il telefono, ti chiamano subito dai ricoveri”.

E sì, finalmente arriva la chiamata che mi annuncia ricovero e intervento per il successivo 5 dicembre.

Problema: quel giorno è previsto uno sciopero nazionale della Sanità. «Le diremo per tempo se recarsi in ospedale o se il suo intervento sarà rimandato…»

Così lunedì 4 dicembre trascorre nell’attesa per un’altra chiamata, questa volta sperando che non arrivi.

Le previsioni nei notiziari sono per una strepitosa adesione allo sciopero. Inutile macerarsi aspettando, questa volta. Sono in ufficio, per scaramanzia non ho ancora sistemato le mie cose per la possibile, auspicabile, agognata assenza, ma dovrò pur iniziare a farlo, se domani mi operano: chiamo io. Dopo (perfettamente inutile precisarlo) una lunga attesa al telefono, finalmente questa si scioglie (letteralmente) in un «Non sappiamo ancora cosa faranno i chirurghi, ma di certo non ci saranno gli anestesisti, inutile che venga…»

«E… quindi?»

«Resti in attesa, la richiameremo.»

Resti.

In.

Attesa.

 

La.

Richia.

Meremo.

 

L’ufficio mi vortica intorno. La prostata mi si contrae in uno spasmo che è l’esatto opposto di un orgasmo, forse è la parte malata che fa festa.

Io non voglio fare la vittima. Non posso lamentarmi. Io non mi lamento mai e non lo farò nemmeno questa volta.

Però: ECCHECCAZZO!

 

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