Intermezzo 1

La mia storia di malato oncologico. Perché sì, perché credo che valga la pena raccontarla…

DAL CASSETTONE DEI RICORDI

“Le prime sigarette”

Parto da lontano. È importante perché è un episodio che mi ha segnato. Assieme ad altri che forse racconterò, tutti con uno stesso protagonista: mio padre. Non so quanto io lo stia mitizzando però è così che mi si è impresso nella mente, nei ricordi: mitico. Al tempo di questa storia, invece, i miei miti erano altri.

Ho fumato le prime sigarette a sette anni. SETTE! Mica tanti eh? Quando mi sono accorto che mia figlia aveva quell’età non sapevo più cosa pensare…

Trascinato dal mio amico grande. Il mio mito. Il bambino da cui ho preso più botte e ho subito più angherie che da ogni altro bambino io abbia mai conosciuto. Quello che ogni volta che capitava qualcosa dava la colpa a me. Un vero bastardo. Il mio mito.

Grande, poi: aveva due anni più di me, che non sono moltissimi.

Questa storia è proprio tutta da raccontare: mi aveva convinto a procurarmi dei soldi, non so in che modo. Non credo di averli rubati, ma non importa. Dovevamo mettere i soldi metà per uno e poi lui, che era “grande”, sarebbe andato dal tabaccaio a comprare le sigarette. Lui era grande. E anche molto coraggioso a compiere quel gesto. Avevo il terrore che mandasse avanti me, non so con quale scusa. Come spesso faceva quando c’era da rischiare. Ma si era assunto le sue responsabilità (era grande) ed era andato lui, a comprare le sigarette. Era coraggioso, era il migliore, ai miei occhi di bimbo in altri frangenti non particolarmente stupido, ma letteralmente abbagliato dal suo fascino e inevitabilmente succube. Non aveva nemmeno avuto bisogno di mettere la sua metà dei soldi. Il pacchetto lo aveva probabilmente già trovato in precedenza. Lo aveva portato al posto stabilito dove ci eravamo dati appuntamento, quel fatidico giorno. Era un po’ schiacciato, quel pacchetto di Gouloises azzurro. Pareva quasi fosse stato pestato… No, era solo schiacciato: lo aveva dovuto nascondere bene non so in quale tasca dei jeans per non farsi beccare. Caspita, che coraggio che aveva il mio amico: aveva anche corso il rischio di essere beccato! Sicuramente il pacchetto era stato pestato… chissà dove lo aveva trovato! Bastardo! O forse lo aveva comprato davvero chiedendomi tutti i soldi, facendomi credere che fossero solo la metà del necessario e che l’altra metà l’aveva messa lui. BASTARDO.

Comunque: prima sigaretta fumata assieme. Quasi tutta lui… «Torneremo qui domani con calma, adesso è tardi, andiamo a casa.» Il giorno dopo, nel nostro nascondiglio, le sigarette non c’erano più: erano state rubate. BASTARDO! Erano nascoste meglio del Santo Graal! Non avrebbe mai potuto trovarle nessuno. E riuscì a farmi credere che ce le avevano rubate.

Comunque la voglia me l’aveva messa. Tanto più che lui, quando si trovava con dei suoi amici grandi fumava sempre, così mi diceva… BASTARDI anche loro. Le sigarette comprate da me, si fumavano! Io allora non potevo immaginarlo. E pensavo: Ah, potessi una volta andare anch’io con lui, quando si trova con i suoi amici grandi! Che miti, mi parevano anche loro! Andavano a giocare al pallone e io stavo a guardarli di lontano. Non ne volevano sapere di uno come me. Avevo fra i quattro e i cinque anni in meno di loro, ero un po’ piagnone e non sapevo giocare bene al pallone. Il mio amico grande, pur più piccolo di loro anche lui, era accettato perché giocava al pallone “da dio”. Questo sì, posso dirlo (obiettivamente) anche oggi. Allora per me era il migliore, ovviamente, ma davvero aveva un gran talento. Lo dicevano anche i grandi. Oggi posso dire che se non fosse stato una testa un po’ matta… chissà: magari sarebbe potuto diventare un “vero calciatore”…

Però che voglia di fumare ancora mi era rimasta! E in casa mia nessuno fumava. Quindi, non avevo nemmeno la possibilità di fare come quel mio compagno di scuola, il cui padre non si accorgeva se, ogni tanto, gli mancava una sigaretta poiché fumatore da tre pacchetti al giorno, contemporaneamente aperti, per avere la certezza di averne sempre almeno uno sottomano (Dio abbia avuto misericordia di quel padre!)

Capita che, un giorno, amici di famiglia in visita a casa mia, dimentichino un pacchetto di Muratti Ambassador. Che viene dai miei temporaneamente riposto nel cassetto più “a portata di mano” che c’è nell’ingresso di casa.

A sette anni i miei mi lasciavano già spesso a casa da solo. Non è possibile immaginare quanto io abbia sempre goduto della fiducia dei miei. Non mi lasciavano a me stesso, erano semplicemente capaci di darmi grandissima fiducia (non so ho saputo rendere ai miei figli la fiducia che ho avuto in dono dai miei genitori, ma questa è un’altra storia…). E io, che avevo presto imparato a sperimentare pienamente (pur se, tutto sommato, in modo adeguato all’innocenza di allora) il senso del “sentirsi liberi”, non potevo resistere molto: dopo qualche pomeriggio, in casa da solo, passato ad aprire e chiudere quel cassetto e quel pacchetto, a studiare minuziosamente come riporlo affinché nessuno potesse accorgersi che lo avevo tirato fuori, a contare e ricontare le sigarette che c’erano dentro, provando a vedere se ogni tanto mi sbagliavo (per poter credere che chiunque, costatando che ne mancava una, potesse pensare di aver sbagliato a contare la volta precedente), trovai infine il coraggio di prenderne una, andai sul terrazzo di casa e la fumai.

Ora, bisogna sapere che su questo terrazzo avevamo come “dirimpettaio” il monte Musinè, una montagna di un migliaio di metri a una decina di chilometri di distanza in linea d’aria. Il terrazzo non aveva ringhiere ma un parapetto in muratura alto più di un metro. Abitavamo al sesto piano. Ed ero solo in casa.

Fumai accovacciato, nascosto da quel parapetto, a quasi venti metri d’altezza sulla strada e con una montagna di fronte, a dieci chilometri. Ero nascosto alla vista di chiunque. Ero nascosto meglio del pacchetto di sigarette che ci avevano rubato (che a propria volta, come ho già detto, era nascosto meglio del Santo Graal). Nessuno avrebbe potuto scoprirmi. E, infatti, nessuno mi vide.

Fumai molto nervosamente, provando tuttavia uno dei miei primi brividi di voluttà, quella mia prima sigaretta tutta mia. Terminata che fu ne impacchettai con cura il mozzicone in un pezzo di carta igienica e, dopo aver controllato che nemmeno una briciola di cenere fosse rimasta sul pavimento del terrazzo, andai a buttarla nel water, vuotandole dietro per ben tre volte la vaschetta dello scarico (non si sa mai che scherzi può fare il w.c.!)

Avevo da poco finito quattro pastiglie valda, messe tutte assieme in bocca per cancellare dal fiato i residui di quella Muratti, quando suona al campanello di casa il mio amico grande. Io, fiero, lo accolgo con un: «Sai che ho fumato?». E lui, annusando: «Si sente». Urca, com’è esperto di sigarette il mio amico! (Forse, in effetti, non ero solo abbagliato e succube). «Come? Si sente?! Allora devo aprire le finestre, fra poco arrivano Papà e Mamma!» (Stupido bambino! Hai fumato sul balcone, con la porta-finestra chiusa alle tue spalle: non si può sentire la puzza in casa. Perché quando c’è “lui” il tuo cervello smette immancabilmente di funzionare?!).

Ora, non so come sia andata. Posso supporre che la sera stessa quel grandissimo fetente abbia raccontato a suo padre che io fumavo. Certe notizie circolano in fretta. Specie se i genitori, oltre che essere vicini di casa, sono anche amici. Fatto sta che, la sera dopo, mio padre mi chiama in cucina e lo trovo seduto a tavola (per la cena era ancora presto, la cosa era alquanto strana: cosa ci faceva mio padre seduto a tavola ad aspettarmi?).

«Hai mai provato a fumare?».

E io, non spavaldo, ma istintivamente sicuro, anche se non completamente consapevole, di quell’indebito credito di fiducia di cui godevo da parte dei miei: «No!».

Lui: «Non ti piacerebbe provare?».

E io (un po’ meno fermo nella voce e sicuramente anche nell’espressione): «No».

Allora lui, tirando fuori e appoggiando sul tavolo, davanti a me, il pacchetto di Muratti:

«Perché, vedi, qui abbiamo un pacchetto di sigarette e io so che tu hai fumato».

Io stavo già piangendo dall’istante in cui aveva tirato fuori il pacchetto. Io, mio padre, il tavolo e quel pacchetto di sigarette. Era un tavolo in legno laccato. Non so come facesse a non schiantare sotto il peso di quel pacchetto di Muratti. Mio padre disse a questo punto una delle cose che più mi hanno colpito fra tutto ciò che mi abbia mai detto nei trentotto anni durante i quali ha avuto cura di me. E lo disse in un modo, mi pare di ricordare, irrealmente calmo e naturale: «Non piangere: tu sei libero di fumare se vuoi. Ma io sono tuo padre e se fumi lo voglio sapere. Non ti permetto di farlo di nascosto. NON TI PERMETTO DI FARLO DI NASCOSTO».

Lo disse proprio così, la prima volta normalmente, la seconda in maiuscolo. Non il maiuscolo che si usa oggi, nei messaggini, a rappresentare le parole che si vogliono urlate. Un maiuscolo quasi sussurrato ma non meno imperativo. E in maiuscolo, lettere, spazi e accenti che, in quella particolare sequenza, formano quella frase, mi si stamparono in testa.

Ho fumato altre volte nella vita. Son dovuti passare un bel po’ di anni da quel giorno, ma ho fumato altre volte. Di nascosto da mio padre: perciò non ho mai potuto provare il piacere del fumo.

Penso che la cosa importante non sia il fatto che oggi io non abbia il vizio e non abbia praticamente mai fumato, a parte in qualche serata, quattro o cinque volte al massimo nella vita, quando particolari situazioni mi hanno fatto sentire il bisogno di fare il bullo in questo modo. È stata importante la lezione che mio padre m’ha dato parlandomi anziché punirmi, come da genitore avrebbe potuto fare. Una di quelle lezioni che vanno al di là della loro motivazione specifica e si capiscono appieno solo molto tempo dopo…

 

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