Tracce di un presente dimenticato

Stanza da bagno, puzza di urina, bagnato in terra. Freddo alle gambe e ai piedi.

Sono davanti allo specchio.

Guardo in basso e mi accorgo che devo essermi pisciato addosso.

Dovevo fare qualcosa…

…Dovevo fare qualcosa e mi sono pisciato addosso: perché l’ho fatto? La tazza del wc è proprio qui di fianco.

Gocce gialle sul bordo del lavandino: volevo farla lì dentro.

Cerco di togliermi pantaloni fradici e mutande. Perché sono in tuta da ginnastica?

Ero in studio, ripassavo gli atti preparando l’arringa finale del processo Norpitea. So chi sono: uno stimato professionista. Perché allora mi trovo in qui, bagnato e puzzolente?

E da quanto?

Nello specchio un vecchio che somiglia a mio padre mi guarda. Pochi capelli bianchi, macchie sul volto.

Gli occhi li conosco: sono i miei.

Sono io.

Sulla mensola la schiuma da barba, un bicchiere e lo spazzolino. Un orologio alla parete. Questo luogo non mi è estraneo.

Chiudo gli occhi e cerco di ricordare. Il processo d’appello: si chiuderà a breve. Carla… Carla morta da più di un anno. I ragazzi, che io non sono più in grado di seguire.

Lo sono mai stato? Io provvedevo al sostentamento di tutti, Carla pensava alla casa e ai ragazzi. È sempre stato così e non può cambiare ora. Non sono pronto.

Non sono capace.

Il lavoro è la mia salvezza, i ragazzi li salverà il mio denaro. Non servono parole, non servono gesti: gli offro il mio esempio e cospicue sostanze per seguirlo.

 

Mi sono lavato come meglio potevo, in silenzio, nella luce azzurra del mattino.

Apro la finestra per cambiare un po’ l’aria. Ghiaia, un cortile, degli alberi, un viale. Più oltre un parcheggio. Una folata di vento m’investe e mi scuoto.

Non conosco questo posto.

Un’altra folata, più intensa e più fredda: lo conosco.

Torno in camera, al secondo piano di Villa Fiorita.

Sono io. E dovevo fare qualcosa. Qualcosa di più importante che pisciare nel lavandino. Qualcosa che è molto che mi sono ripromesso di fare. Qualcosa che da molto non faccio, o che forse non ho fatto mai.

Qualcosa che possa lasciare una traccia di me, al di là dei successi nelle aule dei tribunali.

 

Le mie mani: tremano e sono piegate dall’artrite. La mia pelle è secca e sottile.

Come farò a scrivere le pagine delle mie prossime arringhe? Quali sono le prossime scadenze? Quali gli appuntamenti?

Chi sono, infine?

Sono la mente, vivace e intraprendente, che elabora strategie difensive, ricerca in archivio lontane sentenze che fanno giurisprudenza. Sono la voce impostata che affascina e coinvolge, che trasmette un brivido d’empatia, che ad arte scava e fa emergere emozioni in chi deve giudicare, laddove altrimenti un freddo codice sarebbe unico faro e guida.

Sono il corpo dolente e sfatto, incapace di trattenere liquidi fisiologici, cibo, pensieri logici. Incapace di organizzare le immagini: quelle di fuori e quelle dentro. Immagini che non so se sto vedendo, ho visto o vedrò.

Sono un vecchio che non riesce a convivere con il tempo che scorre.

Carla non c’è più da quarant’anni, ma il processo Norpitea certe volte mi sembra debba ancora chiudersi, e un istante dopo è concluso, e poi c’è un altro processo, o qualche nuova e prestigiosa consulenza. E poi non c’è più nulla.

Qualcuno, là fuori, ha bisogno di me.

E mi torna in mente qualcosa: una parcella, milionaria forse, da incassare.

No, non era questo che dovevo fare…

Mi guardo intorno, nella tenue speranza che qualcosa possa aiutarmi.

In camera, tracce della vita di un vecchio: un giornale sportivo, un paio di occhiali unti, dei fogli.

Una penna stilografica.

Una foto incorniciata, con persone che ridono.

Un cappello e una giacca appesi alla parete, vicino alla porta.

Un paio di pantofole a fianco del letto.

La porta chiusa a chiave.

Non da me. Non dall’interno.

Cosa ci faccio chiuso qui?

 

Se ci fosse un modo per vederlo, questo tempo; se mi lasciasse tracce comprensibili, forse potrei capire perché sono imprigionato nel corpo di un vecchio, a Villa Fiorita, da questa mattina, e non conosco nessuno, e sono chiuso in questa stanza da letto, e non mi lasciano uscire.

Da questa mattina… Ma adesso è mattina e mi sono pure pisciato addosso, e mi sembra che quel bagnato, quei brividi e quell’odore pungente siano una sensazione che già conosco e che vivo da molte mattine, ma anche oggi per la prima volta, poi mai più.

O che forse devo ancora vivere e sto immaginando, e deve accadere.

Accadrà domani, forse, e domani sarà come se mi fosse già capitato.

Se solo potessi comprendere…

 

E, improvviso, il ricordo m’illumina. Ecco cosa dovevo fare: è solo un gesto, che ha un sapore antico e assieme sconosciuto.

Ciò che vorrei per me e che assieme voglio dare. Con questa mano, ossuta e coperta di macchie. Con queste dita storte e tremanti, che però sono mie: proprio le mie.

Le potranno riconoscere, loro?

E non me ne voglio più dimenticare, perché troppe volte mi è capitato.

Non me ne voglio dimenticare affinché non debbano sentirne la mancanza, anche se è solo… da questa mattina. O da sempre, o forse da mai.

Devo dare una carezza ai ragazzi.

 

TORNA ALLA PAGINA PRECEDENTE  –  TORNA ALLA PAGINA PRINCIPALE