Lo scambio della fine

Un banale errore di prenotazione del volo di ritorno lo aveva trattenuto nella città del convegno. Troppo tardi per rientrare in treno, troppo distante l’albergo con camere disponibili, a causa della concomitanza con un’importante fiera campionaria. Per fortuna il policlinico universitario era vicino e uno dei colleghi intervenuti al convegno era primario lì.

Non gli spiaceva poi tanto tornare nell’ospedale dove aveva svolto la sua specialistica e assunto il suo primo incarico. E tornare così, poi: come quando faceva i turni di notte. Una strana sensazione di nostalgia lo colse. Pensò si trattasse solo di stanchezza per l’intensa giornata appena trascorsa e se ne lasciò impossessare languidamente mentre il taxi percorreva il viale illuminato dall’arancio dei lampioni e dalle poche vetrine ancora accese.

 

Il medico di guardia del reparto di chirurgia era un suo ex allievo, era già stato avvertito e insistette per lasciargli la stanza riservata ai turni di notte. Non rifiutò: ricordava di aver fatto così anche lui, anni addietro, con un ospite prestigioso e inatteso. Ora l’ospite illustre era lui e questa traslazione, mista a una sensazione di già vissuto, lo confuse non poco. La sua razionalità lo indusse ancora a pensare alla stanchezza ma l’emozione che stava provando nel percorrere il corridoio era qualcosa di non comune.

Dopo lo scambio di qualche parola sulla giornata trascorsa, sul tema del convegno e una dimostrazione di genuina felicità nel rivedere uno dei propri maestri da parte dell’allievo di un tempo, si giunse ai saluti di commiato.

«Domattina all’ora della sua sveglia io avrò già terminato il turno, mi consenta di dirle che sono immensamente felice di averla rivista. Le auguro una buona notte e un buon volo di rientro a Roma.»

Lui sentì che nonostante la stanchezza non aveva voglia di dormire e chiese:

«Va a fare un giro in corsia? Mi permette di accompagnarla?»

«Professore, – rispose l’ex allievo, –  non so se essere onorato o intimorito dalla sua richiesta!»

«Suvvia, siamo colleghi», disse lui. «Non mi lusinghi così».

 

Giunti quasi alla fine del giro fra le camere del reparto, la caposala di turno uscì da una stanza e si fece incontro ai due. Salutò distrattamente l’ospite e poi disse:

«Dottore, la signora Paolina sta peggiorando.»

Con un cenno del capo il medico rispose all’infermiera in un modo che voleva dire assieme “Grazie” e “ora entro a vedere”.

Il medico illustrò brevemente il caso al professore, più per rispetto del maestro che per reale necessità clinica, poi i due medici entrarono nella camera giungendo al capezzale di un letto, illuminato dalla lampada notturna, dove una vecchina respirava a fatica. Le coltri parevano ricoprire un corpo già fatto di sole ossa.

«Signora Paolina, mi sente? Come va?»

«Dottor…?» La vecchina tentò di mettere a fuoco ma lo sguardo era quello di un essere ormai vuoto e indicibilmente stanco.

«Sono Rossi», la aiutò il medico con un sussurro.

«Dottor Rossi… così tocca a lei assistermi nella notte in cui renderò l’anima al Signore.»

«Non dica così, Paolina. Quante notti peggiori di questa abbiamo passato? Ho visto dalla sua cartella che oggi è stata una buona giornata e… »

«Grazie per aver chiamato don Ubaldo», interruppe lei con un filo di voce.

Il medico si girò perplesso verso il professore, spiegando sottovoce: «Don Ubaldo è il cappellano dell’ospedale…».

«Lasci fare», rispose lui «e intanto lo faccia chiamare, se disponibile a quest’ora.»

 

Il medico di turno annuì, poi uscì lasciandolo solo con la donna.

Lui si sedette a fianco del letto, le prese con delicatezza la mano, la ispezionò rapidamente e sentì il polso. Gli parve chiaro che la malata non si stava sbagliando.

«Sì, mi tenga la mano, Don Ubaldo: mostri lei a Nostro Signore che ho fatto quasi tutto quanto mi è stato chiesto.»

«Nostro Signore non ha bisogno che sia io a mostrarlo», rispose lui.

Trasalì subito dopo. Perché aveva risposto a quel modo? Le parole gli erano sfuggite di bocca. “Brutto affare, – pensò – prendersi gioco di un paziente terminale. Ma potrei considerarlo un palliativo psicologico. Non so cosa potrei dire, in sincerità, senza smontare la fede di questa povera donna, ma sento che, se quel prete non arriva presto, di pietose bugie ne serviranno più d’una…”

«Ho paura, Don Ubaldo. Non le pare l’ultimo e peggiore peccato di un’anima debole?»

«Aver paura è normale, specie in un momento come questo.»

«La paura viene dal dubbio. Se dubito adesso, come potrà, il Signore, accogliermi?»

«Il Signore la accoglierà perché conosce il suo cuore. Lui ci ama a prescindere dalle nostre debolezze…»

“Credibile”, pensò con soddisfazione. “Se con i miei strumenti di medico non posso più fare nulla per lei, ho comunque il dovere di darle tutto il conforto possibile.”

«Io so che lei non avrebbe paura», riprese la donna.

«Io avrei una paura fott… (ehm) grandissima. Sono certo che avrò tanta paura quando toccherà a me.»

 

In questo caso non mentiva. Anche se non ci aveva mai pensato seriamente, nonostante si fosse trovato moltissime volte ad assistere un morente ancora lucido o quasi. Al momento, per lui, la morte era solo un fatto tecnico. Spesso l’evidenza di un insuccesso e di un’impotenza professionali, ma talvolta una semplice e inevitabile evoluzione, che però lui aveva contribuito a ritardare il più possibile. Sempre nel pieno rispetto della dignità e del benessere, per quanto possibile, del paziente.

«Le sue certezze sono incrollabili», sussurrò la vecchina sorridendo. «La strada che ha scelto è la sua forza. Tanto che sa usare le parole più giuste: “Dio ci ama a prescindere dalla nostre debolezze”. La segua, quella strada, la segua sempre.»

 

Seguì un lungo silenzio.

Chi aveva parlato?

“A chi” aveva parlato?

Un nodo prese la gola del pietoso professore.

La vecchina gli strinse la mano tremando, sorrise ancora mentre una lacrima le rigava finemente una guancia. Da quella stretta incerta passò qualcosa che lui sentì come un intenso brivido.

«Il Signore mi ha concesso questa Grazia», sospirò infine la morente.

Il professore non fu sicuro di aver capito. La presa, già debole, si fece sempre più tenue fino a che le forze ebbero completamente abbandonato quel povero corpo esanime.

Lui attese ancora qualche istante nel timore e, assieme, nella certezza inconsolabile di esser prossimo a dimenticare quel brivido e quella sensazione d’essere amato, appena provati.

Poi lasciò la mano di quel corpo senza vita, constatò l’assenza di polso, si alzò. Le chiuse gli occhi con un gesto delicato, premette l’interruttore di chiamata d’emergenza e si avviò verso il corridoio.

«Infermiera, – disse alla caposala che sopraggiungeva – la paziente di questa camera è deceduta.» A dispetto del contegno professionale, si sentiva svuotato e tremante come mai prima.

Uscì sospirando, si diede ancora un attimo, poi ritornò sé stesso.

Ma riuscì a non dimenticare mai più quel brivido.

 

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