La mia storia di malato oncologico. Perché sì, perché credo che valga la pena raccontarla…
XIV
Il difficile è fatto, mi ripeto. Il dolore, domattina, sarà diminuito, questa notte sarà lunga, ma la risalita è incominciata.
Gocce che cadono dalla flebo, tutte uguali, una dopo l’altra. Come ho scritto in altro contesto, sono una cadenza che divide gli istanti, ma non li lascia distinguere uno dall’altro.
Il tempo è fermo, ma quasi riesco a crogiolarmi nella consapevolezza che tutta l’attesa delle settimane trascorse trova, questa sera, la condensazione in un nucleo che sento come vera e prepotente voglia di vivere, comunque vada.
Ripenso ancora a tutta l’attesa e, se non fosse per il dolore intenso, non mi parrebbe vero che l’intervento è fatto. E non m’importa che sia già di nuovo tempo di attesa: della dimissione, che, per come mi sento, non riesco a sperare possa essere davvero entro Natale; di un esame istologico, il cui risultato è incerto; delle eventuali cure da fare…
Ancora pensieri grevi, ma tutto fa parte del percorso che con tanta speranza ho intrapreso. Nulla di tutto questo lo sento ostile.
E, in breve, anche il dolore mi diventa amico, perché cessa di aumentare. Resta intenso, ma almeno non aumenta e questo è bellissimo.
Il cuscino non è poi così male. Durissimo, ma ha lentamente preso la forma della mia testa e ora la avvolge al punto giusto.
È tutto un gioco che faccio per distrarmi, ma sì, passano i minuti e sono ormai certo che il dolore non aumenta più.
I miei compagni di stanza si sono tutti addormentati. Cambia il turno del personale infermieristico, un omone brizzolato viene a vedermi, controlla la flebo, i drenaggi, mi chiede come sto. Sarà lui a vegliare su di noi, su di me, questa notte. Lo ringrazio con un grazie formale, nel quale intimamente so, e me ne rammarico, di non poter far passare la profonda riconoscenza che provo per tutti coloro che oggi si sono presi cura di me.
Poi, di nuovo solo con me stesso, ripenso ai miei genitori: inevitabile. So bene che è solo illusione, ma mi piace pensare che mi abbiano assistito, in particolare in queste ultime ore. Se, là dove sono, esiste la preoccupazione, io li sto facendo preoccupare un bel po’. Li vedo: dissimulano, anche loro, ma sono certo che proprio non li sto lasciando riposare in pace.
Mamma, ricordi quel racconto nel quale, fra le memorie delle mie prime avventure di cuore, ho celato tutto l’amore che non ti ho mai detto?
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