Multipatologico – XIII

La mia storia di malato oncologico. Perché sì, perché credo che valga la pena raccontarla…

XIII

 

Quanto tempo è passato? Cinque ore, mi dicono. Fatico a coordinare i movimenti, sussurro (o sbiascico, non lo so) che non sono capace di fare una cosa così difficile. Devono avermi capito, perché mi dicono «Ma certo che ce la fa! Forza, uno… due… tre: andiamo!»

Metto tutta l’energia che ho (e pure gli infermieri attorno a me, credo, visto che peso quasi un quintale) e passo dal lettino-tutore, al letto che è stato posizionato alla mia sinistra. Un dolore sordo proveniente dal basso ventre non mi lascia presagire niente di buono.

Spero di riaddormentarmi per poterci pensare più tardi, ma di nuovo mi sento lucido: come prima dell’intervento.

Allora cerco di esplorarlo, quel dolore. Un male sconosciuto, ma che suppongo ancora non del tutto scatenato. Cambio nuovamente idea e decido che per il momento è meglio non ascoltarlo.

Penso a Laura. Eravamo d’accordo che sarebbe arrivata verso le 16, dopo il lavoro. Hanno detto che sono passate cinque ore, sono entrato in sala operatoria alle quindici, dovrebbero perciò essere le venti. Il calcolo non mi risulta semplice, devo rifarlo almeno due volte e anche questo mi aiuta a tenere l’attenzione lontana dal dolore. Se è da quattro ore che Laura attende in corridoio sarà stravolta dalla tensione.

Appena fuori dalla zona preoperatoria è il suo sguardo ad accogliermi nel mondo. E mi sento in colpa per averla fatta preoccupare.

«Non uscivi più!», mi dice sorridendo triste.

«Mi dispiace», le rispondo. Come se fosse dipeso da me.

 

Anche se è terminato l’orario di visita lasciano che segua il mio letto fino in camera.

Il dolore aumenta in modo preoccupante, l’effetto analgesico dell’anestesia sta cessando. Guardo la flebo e chiedo all’infermiera se c’è dell’antidolorifico.

Mi dice di stare tranquillo che c’è, e se dopo lo chiederò me ne daranno altro.

«Mi raccomando: datemene tanto!» mi premuro già di “prenotare”.

Ancora due parole con Laura, che poi si fa un selfie con me, da girare sul gruppo. Rimarrà nell’album di famiglia con il mio pollice all’insù e un sorriso un po’ stentato, ma sincero.

Un bacino e se ne va, finalmente tranquilla anche lei.

 

Di quei primi momenti di “rilassamento” post operatorio ricordo proprio il timore nel sentir aumentare esponenzialmente il dolore, chiedendomi dove sarebbe arrivato dopo dieci minuti, dopo mezz’ora e come avrei potuto resistere.

In quegli istanti ero assolutamente solo con i miei pensieri, nonostante i ripetuti giri al mio capezzale degli infermieri per le varie incombenze di routine post intervento; nonostante i miei tre compagni di stanza che, pur presenti, letteralmente non ho visto e che (mi spiace, ma in questo momento tocca a voi) hanno dovuto assistere al mio silenzioso tormento.

Uno di quei momenti di condivisione nei quali, pur con tutta la tua determinazione, non riesci a pensare agli altri, né a mascherare ciò che stai provando.

 

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