Multipatologico – XII

La mia storia di malato oncologico. Perché sì, perché credo che valga la pena raccontarla…

XII

I miei sono pensieri gravi, ma volano lievi. Passa un’infermiera. «Tra poco tocca a lei…», dice con dolcezza e sorridendo, quasi ne avesse colto la presenza nella stanza.

E finalmente, penso.

«Depilazione? A posto?»

«A posto.»

Mi prova e annota pressione e saturazione. È la terza volta che lo fanno, da stamattina. Cercano di rosolarmi, di farmi agitare nell’attesa, ma i miei parametri sono perfetti.

 

Mi assopisco un attimo. Sogno un panino al prosciutto. Sarà perché sono a digiuno praticamente da 24 ore. È solo appetito, sono consapevole di non sapere nemmeno cos’è, “la fame”. Non di meno sento addosso, fastidiosa, quella sensazione di vaga debolezza data dal calo di zuccheri.

Passa un medico. Ha la mia cartella clinica. Un’altra checklist, probabilmente.

Esatto: gruppo sanguigno per la preparazione di un’eventuale trasfusione, farmaci abituali. Non si può dire che non facciano controlli. Comunque questi li aveva fatti anche un’infermiera, ore fa.

Il dottore si sofferma sulle mie patologie. Non credo capitino proprio tutti i giorni pazienti come me.

«Coraggio, vedrà: andrà tutto bene. E dopo anche basta, mi raccomando, che ne ha già passate a sufficienza!»

Lo dice con grande naturalezza, con un tono che sento amico. Mi fa piacere.

E poi sono quasi le due e mezza del pomeriggio. Ormai non dovrebbe mancare molto…

Sono di nuovo solo in camera. Quest’ultimo breve colloquio con il medico mi ha distratto e non so dove abbiano portato i miei compagni di stanza. Mi metto ancora una volta in modalità attesa, cercherò di riaddormentarmi un poco.

Ma fanno irruzione due barellieri in tenuta da sala operatoria, con camici verdi e copricapo a cuffia monouso in testa.

Hanno la mia cartella clinica (la riconosco): sono qui per me!

Ma, «Cosa ci fa ancora vestito? – chiede il primo dei due. – Non ha messo le calze anti-embolo? Non ha messo il camice?»

«Veramente… – rispondo incerto. – Qui non mi hanno dato niente… Non mi hanno detto niente…»

«Ma come…? La sala è pronta… – poi, uscendo dalla camera, rivolto a qualcuno del reparto, in corridoio – Ma il paziente del letto 12? Perché non lo avete preparato?»

Intanto io guardo i due collant bianchi, che il secondo barelliere ha recuperato da qualche parte e mi sta porgendo, assieme a un camice ripiegato e la cuffia.

Sembrano calze della Barbie.

«Dovrei metterli io?» chiedo perplesso.

«Non si preoccupi, sono taglia unica, vanno bene così: devono stringere. – risponde l’OSS – Vuole che l’aiuti?»

«Grazie, provo da me», concludo. E mi sbrigo. Sia mai, penso, che cambino idea e portino in sala operatoria un altro paziente al mio posto, per ottimizzare i tempi. Dalla URO2…

«Le hanno fatto la puntura del coraggio?»

«No, nulla, ma non ne ho bisogno, sono pronto.»

Infatti mi sono denudato, ho indossato calze e camicione in tempi da record. Le calze sono state tutt’altro che facili da infilare e stringono spaventosamente, ma ero molto motivato nel non far perdere tempo a questi due bravi traghettatori.

Rientra il primo OSS, mi guarda sorpreso: «Bravo, è stato veloce», dice soddisfatto. Appoggia sul letto, ai miei piedi, la cartella clinica.

Un veloce messaggio nel gruppo family di WhatsApp “Vado!”, la raffica di cuoricini, “dajee” e “in bocca al lupo” dalla mia squadra, che è sicuramente più in ansia di me e in questo momento vorrei che sentisse tutta la mia felicità. Metto il telefono offline, lo infilo nel cassetto del comodino e già i freni delle ruote del letto sono sganciati: si parte.

È davvero la volta buona.

Il corridoio, le luci, le porte delle altre camere scorrono al mio sguardo, che è quello orizzontale del paziente sul letto a ruote, mentre viene trasportato in sala operatoria. Non c’è un modo di descrivere questo punto di vista. O, almeno: io non ce l’ho. Del resto, non credo serva: da una banale appendicite a un intervento a cuore aperto, lo stato d’animo del paziente credo sia sempre quello. La mente si è adattata e percepisce ciò che sta per accadere con la stessa drammaticità, a prescindere dalla gravità “assoluta” della patologia.

Ecco l’esterno del reparto. Scorrono l’ufficio ricoveri, il lungo corridoio con le vetrate che danno sul giardino della psichiatria. Siamo al primo piano: coricato nel letto, attraverso le finestre, non vedo altro che il cielo, ma so cosa c’è sotto. I ricordi si affollano: ho già fatto trentotto anni fa questo percorso, in un’altra avventura che mi ha imposto la cattiva salute e mi è valsa il congedo dal servizio militare. Forse un giorno racconterò anche quella. Ora no, non c’è tempo: stiamo già entrando nella zona sterile preoperatoria.

Mi meraviglio di come sono sereno. All’interno, in un’area che definisco, banalizzando molto, di parcheggio, attendo per qualche minuto in una confusione che a me pare totale, ma che presto mi si rivela di estrema funzionalità. È la zona di interscambio fra i pazienti che escono dalle sale operatorie e quelli che entrano. Infermieri, OSS e medici in tenuta verde si muovono veloci, s’incrociano, quasi saettano fra letti che vengono manovrati, sostano un poco, ripartono con i loro carichi di sonno indotto, di dolore che si risveglia. E di speranza.

Ancora qualche minuto di attesa, che – stupisco ancora di più me stesso – mi gusto e vorrei centellinare. Mesi di attesa, dalla scorsa estate, e questi sono gli ultimi istanti. Continuo a sentirmi estremamente tranquillo e, non essendo stato sedato, particolarmente lucido.

La confusione che ho attorno non mi distrae dalle sensazioni che provo, mentre il tempo procede lento. Pareva pietrificato, nei mesi, nelle settimane passate; lo sentivo cementato su di me e sulla mia prostata. Ora mi scorre dolcemente addosso e pare m’accarezzi.

Sono le tre meno dieci, un infermiere arriva spingendo una strana barella che parcheggia a fianco del mio letto, prende la cartella clinica posata fra le mie gambe, poi si rivolge a me: chiede nome e cognome per conferma, poi dice che mi aiuterà a trasferirmi sul lettino operatorio.

Si tratta di uno strano tutore integrale che mi avvolge dalle spalle alle cosce. Costrittivo, ma molto comodo, devo dire. Appoggiata su una parte sempre sagomata, ma più ampia, la testa posso muoverla con una certa libertà, invece.

Vengo immobilizzato: il robot che mi opererà è preciso ed efficiente oltre ogni immaginazione, ma è chiaro che non tollera molto gli sfasamenti rispetto ai suoi punti di riferimento iniziali.

Poco male, anche l’immobilizzazione non è sgradevole. E la voce sicura dell’infermiere che mi dà istruzioni affinché io sappia cosa mi sta facendo e, nel possibile, collabori, è una carezza, per me, in questo particolare momento.

Entriamo. Un orologio sulla parete sinistra della sala operatoria dice le tre meno cinque.

Scambio qualche parola con l’anestesista, che mi chiede se ho freddo e mi spiega che i chirurghi vorrebbero diciotto gradi in sala operatoria, mentre gli anestesisti non meno di ventotto. Ho solo un po’ fresco, non è freddo, le dico. Adoro il fresco e mi lascio accarezzare anche da questa sensazione.

La vedo attaccare una siringa al sondino che ho nel braccio, è il momento di augurare a tutti buon lavoro, ma lei dice che non siamo ancora pronti e che mi avviserà, fra poco, prima di addormentarmi.

Ancora un po’ di traffico attorno a me, un infermiere mi applica degli elettrodi in fronte.

Tutto mi s’imprime nella memoria, so che vorrò richiamare, dopo, queste immagini, queste sensazioni, comunque vada.

Guardo il macchinario robotizzato alla mia destra: una statua tecnologica ancora completamente inerte, con le sue appendici ritratte e protette da un rivestimento che pare cellophane e che fa sembrare tutto nuovo di zecca. Penso che fra poco, posizionata dagli assistenti e guidata con perizia dal chirurgo, quella macchina si muoverà dentro di me. Riesco a pensare ancora una volta al romanzo distopico che sto tentando di scrivere, e di come in esso io stia “maltrattando” robot e intelligenza artificiale quali imperdonabili errori dell’uomo.

Mentre un prodigio della tecnologia robotica applicata alla chirurgia sta qui a fianco indifferente, ancora addormentato, inconsapevole dell’ingenua ma ostile fantasia di questo paziente cui sta per salvare la vita.

Stiamo per darci il cambio: fra poco sarò io a dormire, e il campione, risvegliato, entrerà in azione.

L’anestesista mi dice che ci siamo, mi fa una domanda, rispondo. Me ne fa un’altra e riesco solo a pensare alla risposta, ma non a darla.

 

Un istante dopo sento chiamare ripetutamente il mio nome. «…Abbiamo finito, deve darci una mano e trasferirsi sul suo letto, la riportiamo in camera!»

 

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