Multipatologico – IX

La mia storia di malato oncologico. Perché sì, perché credo che valga la pena raccontarla…

IX

Giuly è una combattente nata. Non come me che mi predispongo alla pazienza, mantengo la calma e attendo. Ha continuato a chiamare i ricoveri per me. Non so se le sue telefonate abbiano mosso qualcosa, ma lei ha reso attiva l’attesa.

L’intervento è stato finalmente riprogrammato per martedì 19 dicembre. Le rivendicazioni del personale sanitario non avevano ancora trovato soddisfazione e non era certa neppure questa data.

Lunedì 18 dicembre, attesa di nuova una chiamata.

Che non arriva. Questa è la volta buona. Se tutto va bene farò Natale a casa, con l’intervento alle spalle e un nuovo percorso di ripresa e poi di follow up. Tutto andrà bene, non vedo l’ora che sia domani.

Cena leggera, Giuly la settimana precedente ha preso il covid ed è subito andata nell’appartamento di suo fratello, che si è trasferito da mia suocera. In questi giorni tutto gira intorno a me, l’obiettivo è ovviamente evitare che io mi contagi.

Ci mancherebbe solo il covid: gli ultimi giorni passano nell’attesa di un sintomo, ma sono arrivato al giorno prima dell’intervento in condizioni perfette.

Sarà Laura (mia figlia) ad accompagnarmi, domattina. Alle 8 sarò davanti all’ufficio ricoveri.

Alle 22 sono a letto e mi sto assopendo. Suona il telefono.

«Sono il dottor… Assistente del dottor… Chiedo scusa dell’orario… Parlo con il signor…?» (Le prime due non sono reticenze: è che non ho proprio memorizzato i nomi!)

Deglutisco.

«Sì, sono io…» e sono già certo che deve dirmi che domani non mi operano.

«Le chiedo scusa per l’orario. Capisco, è veramente tardi, ma…»

La pausa si dilata. Il silenzio dall’altro capo del telefono apre abissi sul nulla. E il mio intervento mi pare prossimo come la galassia di Andromeda.

La voce del medico riprende:

«Capisco che avvisarla adesso… è, ehm… ma il dottor… mi ha dato l’incarico di chiederle, mi scusi l’orario, di chiederle…»

Non so consa pensare. E’ un banale modo di dire, ma non so cosa pensare. Letteralmente: mi sto chiedendo a cosa potrei pensare e non lo so. La consapevolezza che non mi opereranno neanche domani non è un pensiero, è qualcosa che si è impossessato di me scavalcando la parte pensante.

Poi qualcosa per la mente mi passa: tutto questo non sta accadendo, forse sto sognando. È la paura di non essere ancora operato che mi fa fare un sogno lucido. Ricordo pure che mi stavo addormentando. Tra poco mi sveglierò e mi dirò che era tutto estremamente reale.

Ma non è ancora finito, evidentemente, perché la voce, di là, continua:

«Ecco il dottor… mi ha detto di chiederle se non sarebbe possibile, per lei…»

Pausa.

Attesa.

«…Se non sarebbe possibile per lei, scusi sa…»

Il medico del mio sogno non finisce più di scusarsi.

«…Se non sarebbe possibile arrivare in ospedale entro le sei e trenta di domani mattina…»

Non era un sogno. Ma la domanda è surreale che manco nei sogni più assurdi: cosa vado a fare alle 6 in ospedale?

«Sa, è saltato il primo intervento del mattino e se fosse disponibile lei… Faremmmo in tempo prepararla per le 8.»

«Non c’è problema, alle sei e mezza sarò lì», mi affretto a concludere. Sia mai che cambino idea mentre siamo al telefono…

Laura mi ha sentito parlare e si presenta alla porta della camera da letto.

«Domani partiamo alle cinque e tre quarti, sarò il primo operato del giorno, – le dico. – Non mi hanno chiamato per rimandare l’intervento. Mi hanno chiamato perché sarò il primo in sala operatoria, domattina.»

Forse questa volta si fa.

 

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