Antefatto

(Il mondo, al tempo di Elettronico)

C’era stata una guerra. Anzi, c’erano state tante guerre: innumerevoli guerre. A bassa intensità: schermaglie locali, delle quali quasi nulla si sapeva nel resto del pianeta. A un secolo di globalizzazione, il mondo aveva risposto, alla fine, con un improvviso rigurgito di regionalismi estremi. Ognuno per sé, badando solo al proprio lembo di terra, tenendovi fuori ogni potenziale intruso, cacciando chiunque non potesse dirsi originario di quella terra. Le norme con cui si definivano gli “originari” rispondevano a criteri assurdi e capricciosi, a seconda delle latitudini, dei climi, talvolta di presunte tradizioni o malintesi ideali di inclusione etnica.

Guerre locali, interne…

stragi più o meno silenziose (laddove al di fuori della regione interessata, non interessava a nessuno al mondo sapere cosa capitava in un determinato luogo. Ergo, dal di fuori, era come se in quel luogo nulla stesse capitando).

Guerre urbane,

guerre fino ai confini di una regione, talvolta solo di una grande provincia.

Poteva capitare di vivere in una zona già “pacificata” (o ancora da contendere) e avere una regione in guerra a poche decine di chilometri di distanza, e fronti rapidamente mobili poco più distanti. Poi tutto si fermava quando il fronte giungeva sulla linea del confinante territorio, non più conteso.

Quando tutto o quasi fu “regionalizzato” iniziarono a scatenarsi guerre di scala poco maggiore, fra neo stati confinanti. Sempre innumerevoli, alcune di queste guerre iniziarono però ad unirsi, diventando, a poco a poco, un unico conflitto nel quale gli schieramenti si confondevano (memorabile la situazione dell’Unione Sovietica, che sul lato Pacifico combatteva contro gli Stati Uniti per la conquista del Giappone, mentre ai confini sud est dell’Europa era schierata nella “Grande Guerra Navale del Mediterraneo” a fianco degli USA contro le ex regioni di Turchia e Grecia in quel tempo sotto il dominio dei Sultanati Arabi).

Il continente africano…

…dopo decenni di accaparramento di terre da parte cinese, si era ribellato all’oppressione dei coloni, non più supportati dalla madre patria. Nel giro di un paio di generazioni le feroci politiche di controllo delle nascite e l’inquinamento ambientale avevano presentato il conto alla Seconda Repubblica economico-popolare cinese, provocando un tracollo demografico, nonché la fine del dominio industriale sul resto del globo. Ciò che restava di quell’impero nei territori d’origine venne poi ridotto a una manciata di piccolissimi principati, reciprocamente ostili, ubbidienti alla logica dei regionalismi.

La perdita del controllo dei domini sinoafricani da parte di un governo centrale si era propagata al processo di glaciazione artificiale, avviato poco più di mezzo secolo prima per arrestare il riscaldamento globale e rendere coltivabili le zone tropicali annesse del continente africano. Non più regolato dalle costosissime tecnologie messe in campo dalla Cina, il processo stava per diventare irreversibile.

Ma sopraggiunse la fine delle risorse…

…a porre il limite definitivo ai danni che l’uomo, da secoli, stava facendo alla Terra. Finirono le guerre laddove erano in corso, finirono le schermaglie laddove la guerra si preparava. Dove non si combatteva finì il sovrasfruttamento dei terreni e cessò ogni forma di sovrapproduzione (compresa la più importante: quella dei rifiuti).

Seguì un lungo periodo di completa stasi antropica, al termine del quale iniziò un vero e proprio rinascimento. Della natura e dei resti di umanità sopravvissuti. E con l’uomo iniziarono a rifiorire società, piccoli mercati e tecnologie.

 

E la cultura?

Beh, fu proprio ciò che gli esseri umani avevano nella testa a subire il più radicale cambiamento, dopo quei secoli illuminati dal chiarore dei bombardamenti e nutriti da veleni d’ogni sorta.

Tanto per cominciare, la manodopera per la ricostruzione di luoghi dove riunire e far abitare i superstiti del lungo periodo di guerre, non era certo sufficiente. Né lo era per produrre cibo e potabilizzare acqua per tutti, sebbene la popolazione mondiale si fosse ridotta a una frazione di quanto un tempo era stata.

Ma proprio ciò che era nato per la guerra, fu utilizzato per far rinascere embrioni di economie evolute in alcune regioni superstiti, che meno danni avevano subito nel periodo dei combattimenti.

Non erano andati persi i progetti dei raffinatissimi robot guerrieri. Autoconsapevoli, potenti, veloci, versatili, dotati di grandi autonomie grazie a sistemi di conversione d’energia in grado di sfruttare al massimo la luce solare indebolita da smog e fumo permanente causati dai combattimenti. Originariamente in grado di autoripararsi per motivi tattici, erano stati riconvertiti in nuovi modelli di robot costruttori. L’intelligenza artificiale era stata reindirizzata su obiettivi nuovi: non di offesa o di conquista, ma di produzione e di servizio.

Le appendici dei robot…

…create per essere equipaggiate con sofisticati sistemi d’arma, furono trasformate in braccia da far lavorare su catene di montaggio per ogni sorta di bene di nuovo consumo e su cantieri per fabbricati, per nuovi mezzi di trasporto da assemblare, e su un vero e proprio patrimonio di preziosi rottami da riciclare.

Sebbene molti luoghi fossero sterilizzati da residui di armi chimiche e nucleari, con il sole che tornava timidamente a splendere nei cieli, gl’incredibili rendimenti delle celle solari sviluppate per scopi militari erano sufficienti per la produzione di energia pulita in surplus.

E le tecnologie messe a punto per ottenere sistemi di accumulo, sempre più piccoli e robusti per equipaggiare droni da combattimento semoventi, esoscheletri e vari altri armamenti leggeri, si prestavano ad essere riutilizzate per creare sistemi di batterie fisse dalle prestazioni inimmaginabili, nelle enormi centrali di riserva energetica fisse che stavano nascendo.

Gli strumenti di tanta distruzione avevano lasciato un’eredità “pulita”, che i superstiti non dovevano nemmeno ingegnarsi a capire come sfruttare, in quanto le macchine sapevano come fare. Obbedienti, si lasciarono solamente riconvertire “mentalmente”, per poi divenire in grado d’occuparsi di tutto.

 

La testa degli esseri umani, si diceva poc’anzi: come sopravvivere alla consapevolezza di aver quasi distrutto un pianeta? E di far parte d’una specie, assassina e suicida, in grado di sopprimere quasi per intero sé stessa, oltre a nove decimi delle forme viventi che popolavano la Terra?

Semplice: cercando di dimenticare, per riuscire ad autoassolversi.

 

L’uomo, ai tempi di questa storia…

era un uomo nuovo. Con radici biologiche e, sì, anche culturali, delle quali aveva voluto scordare genesi e passaggi; con un modo di esprimersi, di comunicare e di significare dei quali non conosceva più etimologia, né radici, tantomeno originari significati. Con valori e idee nuove, che in parte gli erano rimasti quale inconscio retaggio evolutivo, e in parte aveva creato per recente cultura e necessità di sopravvivenza.

 

Le macchine, ai tempi di questa storia…

erano una nuova specie che popolava la terra. Costruivano, risolvevano problemi, bonificavano, producevano. Per uno strano meccanismo psico-cibernetico che aveva preso una deriva spirituale, tendevano a considerare l’uomo come il loro Creatore e avevano, quale principale motivo d’esistenza, il lavorare al suo servizio. Non sapevano di essersi evolute in modo autonomo a partire dagli elementari e inefficienti robot che, secoli prima, il presunto Creatore era stato in grado di sviluppare quale proprio massimo traguardo tecnologico…

 

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