Prologo

(Molti anni dopo…)

Il mio trisnonno fa discorsi strani.

A parte il fatto che è molto difficile comprendere il suo modo di esprimersi perché tende a comunicare usando la voce. D’accordo, è un metodo non del tutto superato ed è il preferito durante i rapporti intimi (anche se a me piace leggere la mente di Angia quando ci accoppiamo. Lei non vuole, dice che è peccato e che non dovrei violare la sua mente in quei momenti. Io però lo trovo molto eccitante e delle regole morali me ne infischio. Per fortuna anche lei, dopotutto, non è così pura da non provare un gusto strano nell’essere violata quando perde il controllo della comunicazione soprasensoriale e si mostra – questo sì è davvero sensuale – nei suoi pensieri più intimi. Adoro Angia per questo, nessuna ragazza mi ha mai fatto entrare così interamente in sé).

Comunque: il mio trisavolo parla sempre, non c’è modo di interromperlo e fa discorsi davvero strani. Quando cerco di interrogare la sua mente credo di capire il perché: la sua testa è piena di memorie. Memorie di fatti, di avvenimenti, di concetti e di nozioni. Di numeri, di codici e di luoghi. Come se avesse cercato di conservare nella mente tutto quanto ha vissuto, gli è capitato e gli è servito a uno scopo. Come se fosse possibile elaborare e poi mettere da parte un risultato, ad uso futuro. Come se non vivessimo nel presente e dovessimo invece giustificare la nostra esistenza come una continuità fra passato e futuro. Come se non potessimo vivere di sola memoria indispensabile, lasciando agli stock tutto il resto.

Dopotutto, pare che quando il trisnonno aveva la mia età l’uomo usasse ancora gran parte delle proprie capacità mentali per conservare ricordi.

Oggi ho provato con più convinzione del solito a interagire con lui. So che è in grado di sentire i miei pensieri anche se non risponde e sa celare benissimo il fatto di aver compreso le domande. Questa volta però mi ha risposto e poi mi ha mostrato una spiaggia con una sabbia bianchissima e un mare azzurro e limpido. Poi mi ha fatto sentire l’acqua tiepida. Fra i riflessi del sole sulla superficie increspata e le ombre sinuose sul fondo ho visto due pesci coloratissimi guizzare fra i miei piedi a bagno nell’acqua.

È stata una bella esperienza, diversa da un innesto temporaneo di memoria.

Ma si trattava ricordi disordinati e incoerenti: solo alla fine sono riuscito a elaborarli e a metterli in ordine per farne un insieme di sensazioni precise.

Un ricordo naturale, per quanto intenso e – sì devo ammetterlo – carico di un gusto dolce e strano che ha coinvolto tutti i miei sensi inferiori facendomi sentire a un tempo l’acqua tiepida e il calore del sole sulla pelle, facendomi anche provare un sottile piacere nell’osservare i due pesciolini dei quali sapevo già persino il nome, ecco: tutto questo, per quanto strano e gradevole, non potrà mai essere efficiente come un innesto temporaneo da stock.

Negarlo sarebbe come negare il progresso.

Solo comprendendo che i ricordi conservati nei nostri neuroni erano un inutile fardello per le potenzialità della nostra mente abbiamo potuto superare i limiti che noi stessi, come specie, ci eravamo imposti. A cosa serve imparare qualcosa, vedere un luogo, fare un’esperienza, se quella stessa esperienza è già stata fatta da altri e noi possiamo beneficiarne semplicemente attingendo da un magazzino di memoria comune? Basta essere nel raggio di cento metri da un punto d’accesso mentale (e al giorno d’oggi sono pochi i luoghi abitati del pianeta dove ciò non sia possibile) e in pochi istanti abbiamo tutto ciò che serve per elaborare un pensiero da ritrasmettere allo stock rendendolo disponibile a chiunque voglia utilizzarlo. La creatività non ha confini, l’informazione non ha confini, la capacità di comprendere e di sapere non ha confini.

Questo è progresso, e mi preoccupa il fatto che qualcuno rimpianga ciò che non siamo più.

Chiunque dovesse provare una sensazione simile a un misto di calore e gioia interrogando un vecchio membro del proprio clan, venerabile – d’accordo – ma strampalato e poco interattivo, sappia che quel modo di ricordare aveva una sterminata serie di effetti collaterali e che mai saremmo divenuti quali siamo se non avessimo imparato ad affidarci alla memoria artificiale collettiva per liberare la nostra mente dalle catene che la legavano, compiendo un salto evolutivo immenso quanto fulmineo.

Nelle mie ricerche sul tema della memoria ho trovato la citazione da un autore vissuto all’inizio del millennio:

”Per la gente, i ricordi sono solo un combustibile per alimentare la vita. Che un ricordo sia importante o meno, in pratica fa lo stesso, è soltanto combustibile. La vita va avanti comunque”.

Certo e, a proposito di combustibili, anche i mezzi di trasporto ne bruciavano: miliardi di tonnellate d’idrocarburi che avvelenavano l’aria. E l’uomo moriva di malattie che non sapeva vincere e, anzi, alimentava.

Credo ci sia qualcosa di profetico in questa frase che ammetto di comprendere con difficoltà. Meglio, di profetico al contrario: l’uomo un tempo ha vissuto e si è alimentato di errori, di inesattezze e di errate credenze.

Dicono vivesse una vita più naturale.

Ma cosa è più contro natura?

Il nostro vivere di esperienze non fatte, ma prelevate da una condivisione, oppure ripetere gli errori, a milioni, tutti quanti gli stessi errori e rifiutarsi di trovare un modo per ovviare alla nostra stupidità?

Sapere già nei primi dieci anni di vita (grazie a un innesto) che ogni guerra è un crimine, oppure doverla combattere per tornare pieni di consapevolezza, ma macchiati di sangue?

Cosa più innaturale?

Attingere da una memoria artificiale collettiva, precisa e vastissima, ricordando solo l’essenziale una volta terminata l’elaborazione, o evocare ricordi propri, ma distorti dall’imperfezione del nostro misero stock personale?

Chissà se riuscirò a farlo comprendere al trisnonno prima che termini il suo tempo.

Gli dovrebbe restare ancora pressappoco un quarto di secolo.

Ce la farò.

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