Eric di Lexvil

Il vento si è alzato. Di brutto, anche. Guardo l’ora: le sette di sera.

“…si prevede che la bufera colpirà la regione con la massima violenza stanotte e…”

Prendo un altro ciocco e lo sistemo nel camino: la temperatura si sta abbassando in fretta.

“…consigliamo agli ascoltatori di passare questa sera di vigilia a casa e…”

Spengo la radio. Sì, ho sentito bene: stanno bussando alla porta.

 

Intanto va via la luce, speriamo sia un blackout breve.

Nella danzante luce rossastra del fuoco, mentre apro la porta mi rendo conto che non ho nemmeno chiesto “Chi è?” ma una strana ed innaturale sensazione di tranquillità sembra riempirmi la testa.

Una figura incappucciata, un mantello, una fiaccola. Dovrebbe parermi strano, non lo è: sto forse sognando?

«Eric.»

È una voce di donna che viene da sotto il cappuccio.

«Sì?»

Dovrebbe essere lei a domandare, io a rispondere.

Invece lei afferma e io domando.

E mi chiamo Albert.

La faccio entrare come se fosse la cosa più naturale del mondo. Non mi preoccupo neanche della fiaccola che però lei, subito avvicinatasi al camino, pone fra le fiamme dal lato acceso. Poi si gira verso di me e tira indietro il cappuccio. È una bellissima donna.

«Sarà meglio che tu chiuda la porta.»

«Sì, certo…» rispondo inebetito.

«Sono Sharon di Lexvil. Eric: ti ho trovato finalmente.»

«Io… mi chiamo Albert.»

«Lo so, ma i nostri nomi sono solo convenzioni. E i corpi solo contenitori.»

Si avvicina e mi sfiora la guancia con la mano gelata. Sento qualcosa di strano, caldo e rassicurante assieme.

«Scusami, non dovrei ma ho pochissimo tempo e nessun altro mezzo per convincerti a credermi» mi dice.

Non riesco a parlare: se è un sogno non lo capisco, ma è troppo lucido per esserlo. Prendo tempo, mi lascio trasportare dalle strane sensazioni che provo.

«È per questa notte, qui, nella foresta. Solo tu puoi farlo, in qualunque corpo ti trovi. Vai a prendere il tuo arco.»

Il mio arco… da quanto non lo uso? E poi che dovrei farne?

Mi spiega che non è un caso se sono stato un arciere di buon livello e forse non è stato nemmeno un caso che a un certo punto io abbia abbandonato un’attività agonistica promettente: è nel mio destino. Ma questa notte tutto si compirà, oppure non avrà più senso dire “domani”…

Prosegue: «Io ho provato e ho parzialmente fallito rimandando soltanto l’appuntamento che ora dovrà compiersi. E posso solo farti da guida.»

Continuo a lasciarmi trasportare da quest’onda tiepida di fiducia e convinzione. Vado a prendere arco e frecce.

Mi metto la giubba da caccia, gli anfibi. Dovrei vestirmi di più: la temperatura sarà terribile fuori.

Lei riprende la torcia, usciamo in un buio totale. Solo la neve attorno a noi si colora dell’arancio della fiaccola. Però non sento freddo. La tormenta non è ancora arrivata (o è già passata?) e il silenzio è cupo e pieno di presagi.

Ci dirigiamo verso la strada ma la neve caduta deve avermi confuso: siamo nel bosco. Quale bosco? Il nonno mi raccontava che qui un tempo ci doveva essere un bosco, ma…

«È il bosco di Uart: saremo alla radura prima di mezzanotte…» sembra rispondermi lei che mi precede nel cammino.

So che deve accadere qualcosa, ma non capisco. Come se non ricordassi…

«Questa notte, – mi spiega – il rito nuziale fra Damm, il rinnegato fra gli uomini, e la donna drago (pronunciare il suo nome è di cattivo auspicio e noi avremo bisogno anche di un po’ di fortuna…)»

Come già lo sapessi, come lo sapessi da sempre. Come tante volte ho sognato: dovrò colpirlo al cuore.

Ora so anche di più: che proprio per questo ho lasciato il tiro con l’arco e non vado nemmeno più a caccia. Perché troppe volte ho immaginato di tirare su un essere umano: la mia fantasia si stava facendo malata e io l’ho rimossa ma assieme ad essa ho dovuto cancellare anche la ma passione per questo sport. E adesso?

«Tu sei Eric l’arciere: solo tu hai mano ferma e potenza necessarie. Il corpo che ti ospita conserva di te qualità e difetti, stemperando le une e correggendo gli altri con caratteri naturali. Ora, in questo tuo “Albert” si trovano sommate tutte le qualità sufficienti e potremo spezzare l’incantesimo. Ma saremo distanti: per tutta la radura ci sarà il popolo fedele a Damm, venuto per fargli festa ma anche per proteggerlo nell’unica occasione in cui potremo distinguerlo dagli altri uomini.»

Io so che avrò soltanto un’occasione e che se l’unica freccia non andrà a segno non avremo speranza contro tutto il suo esercito.

So anche, però, che lei non mi ha detto ancora tutto…

«È bello ritrovarti così vicino, Eric: so che puoi sentire ciò che provo… Esatto: devo dirti ancora una cosa.»

Ma non ce n’è bisogno, lo so già. Come se lo sapessi da sempre e glielo dico:

«Damm è… nostro fratello.»

Sharon si volta. La fiaccola le illumina gli occhi carichi di lacrime: questa notte perderà un fratello. Non vuole che sia io ma sa, come me, che Damm, il nostro malvagio e innocente Damm, è solo una vittima del disegno oscuro che sta sopra di noi.

«Anche se tutto ci andrà bene, questa notte non sarà priva di conseguenze terribili, – mi dice infine – ricordalo.»

Qui non so più comprendere: Sharon è sempre stata più sensibile di me e sembra quasi sappia vedere nel futuro. Quasi come mia sorella… No, Dania è solo la sorella di Albert… Ed è già come se la persona che ero poco fa mi sia sempre stata estranea.

Proseguiamo in silenzio fino alle soglie della radura. Nascosti dal limitare del bosco vediamo le fiaccole attorno al dosso che è al centro.

So che fra poco comparirà la sposa maledetta e allora salirà Damm, alzerà entrambe le braccia nude, compirà un giro completo guardando ad un tempo gli occhi di ogni uomo di fronte a lui e quando sarà volto nella mia direzione vedrà anche me. Allora gli resterà solo il tempo di sentire la mia freccia che scocca e per un istante sibila nell’aria.

Sharon mi porge una boccetta. La prendo sicuro, vi intingo la punta della mia freccia che ne esce debolmente illuminata. Veleno di giglio rosso, certo: non avrà scampo nemmeno se riuscirò soltanto a ferirlo.

Ma giuro su nostro padre che non avrai tempo per soffrire, fratello.

Incocco, metto in leggera tensione la corda. Le mie vite precedenti mi danzano davanti come vaghi fantasmi. La mia mano trema, lo stomaco mi si torce.

Una nebbia azzurra al centro della collina si forma e presto si dirada. Una figura mostruosa appare e subito, fra le ombre immobili e silenziose degli uomini intorno, si fa avanti lui.

Il sudore gelato della mia fronte mi cade sugli occhi che bruciano. Una fitta al cuore, il freddo intenso. Ma è tutto distante, mentre io sono una cosa sola con l’arco.

Damm è sul dosso a fianco del mostro mezzo donna e mezzo sauro e mi volta la schiena.

Carico e punto: con la corda contro il labbro la mia mano non trema più. Non sono più io, non sono nemmeno più l’arco. La mia essenza è nella punta della freccia: sarò io ad entrare nel cuore di mio fratello, io strapperò la vita da lui. Non l’ogiva, non il veleno: io. E quel sogno, tante volte confusamente sognato, mi è di fronte.

Ci siamo, Damm si volta lentamente e ogni uomo guardato china il capo: il potere della stirpe della sposa è già suo.

Ora siamo uno di fronte all’altro, lui pur distante mi vede. Il mio capo non si è chinato, la freccia scocca.

 

Damm è fulminato, la sua sposa emette un ruggito terribile e scompare, i suoi uomini rimangono pietrificati.

Ora le mie dita stringono più forte l’impugnatura. Ancora in posizione di tiro sento la mano tremante di Sharon stringermi forte la spalla.

I fantasmi delle mie vite mi precipitano addosso, mi sento soffocare. Tutto si fa nero…

 

“… e di non mettersi in strada se non per motivi eccezionali.”

Che strana sensazione: mi pareva di aver spento la radio e invece devo essermi assopito un attimo.

Suona il telefono, sul display leggo il nome di Dania.

«Ciao Albert – la sua voce è rotta dal pianto – mi hanno appena telefonato dal carcere di San Quintino… Daniel è morto nella sua cella. Pare… un attacco di cuore… Bufera o no dobbiamo cercare un volo e andare là, non possiamo non farlo… Mamma e papà non ce lo perdonerebbero mai.»

 

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