«Ricordo un caso molto simile a questo…»
La voce di Jorge è ferma, però qualcosa nei suoi occhi tradisce inquietudine.
«Era una casa di famiglia su due piani e con una soffitta nella quale erano stati accatastati alcuni beni posseduti dagli antenati che l’avevano abitata per quattro generazioni.»
«Il legame con i propri morti», aggiungo io.
Jorge cerca le parole e quando le trova le pesa, pronunciandole.
«Anche in quel caso qualcuno sembrava essersi fermato in quella casa…»
«Sembrava essersi fermato o… era stato trattenuto?»
«Che importanza ha? Ricorda: i Guardiani applicano la legge, non cercano motivazioni né spiegazioni. Se ci fermassimo a riflettere non potremmo agire!»
Ora la sua voce è risoluta e rivedo lo Jorge di un tempo, mio Maestro e poi Comandante al Dipartimento. Tace un istante, cambia tono: «Non potremmo agire… Dimentico sempre che io non sono più al Dipartimento per la divisione dei mondi…» e crolla il capo.
Deve essere dura, oggi, restare fermo nella convinzione che l’ha accompagnato durante il suo lungo servizio.
«Hai un corrispondente?» mi domanda.
«Credo di sì», rispondo.
«Quali elementi hai per crederlo?»
«Ho avvertito per due volte un odore particolare.»
«Di cosa?»
«Menta»
«Menta?»
«Menta piperita. Perché? Qualcosa non va?»
«Nulla, solo non mi pare che l’odore della menta piperita si possa definire penetrante. Perché tu ricordi – vero? – che la caratteristica dell’odore deve essere quella. Sei certo che non fosse un odore compatibile con l’ambiente nel quale ti trovavi?». Lo sguardo di Jorge adesso è quello del vecchio Maestro che metteva continuamente alla prova la preparazione dei suoi allievi.
«Assolutamente: un odore penetrante di menta piperita», rispondo con stizza lasciando da parte il rispetto dovuto a un emerito del Dipartimento. «Ho registrato tutto con il mio analizzatore molecolare… Caso mai qualcuno mi avesse fatto domande che solitamente non si pongono nemmeno alle matricole.»
Jorge mi guarda e sorride amaro. Un tempo questo tono di voce mi sarebbe valso un anno di pratiche amministrative, fossi o no il miglior Guardiano della Sezione.
«Scusami, Jorge.» Abbasso gli occhi perché non posso sopportare il suo sguardo.
«Non m’importa del tuo atteggiamento. Nella mia condizione Disciplina e Rispetto sembrano ormai dettagli secondari. Ma dimmi, piuttosto, null’altro che potesse rivelarti la presenza del Corrispondente? Una scarpa? I riflessi sui capelli di qualcuno?»
«Capirai che è impossibile farsi sfuggire una scarpa rossa al piede di qualcuno. O un riflesso ramato su una chioma nera…»
«No!» Esclama severo Jorge. «Quei dettagli non sono reali, sono una percezione esclusiva dei Guardiani di confine. E se l’attenzione non è costante di certo sfuggiranno!»
«Comunque no,» proseguo, «nessuna scarpa rossa, né riflessi ramati, bracciali d’oro bianco o altri Segni compatibili con la presenza di un Corrispondente dall’altro mondo.»
Jorge torna finalmente al suo racconto: «In quella casa il passaggio, per quanto banale ciò possa sembrare, era la botola che portava alla soffitta.»
«La botola?»
«Sì, e la Zona Franca era la soffitta stessa.»
«Una Zona Franca nel nostro mondo?»
«Per quello che potemmo capire, sì. In quella casa vivevano il capofamiglia, che abitava il pian terreno con la moglie, e l’anziana madre che viveva sola al primo piano. Dopo che questa morì il figlio continuò a sentire la madre muoversi nelle sue stanze. Era certo di riconoscere il suo passo e più di una volta corse al piano di sopra dove gli parve di udirlo immutato, ma questa volta sul solaio del primo piano, come venisse dalla soffitta, nella quale aveva fatto portare le poche cose care alla vecchia madre. Non disse nulla ad altri che a me e presto, su mio consiglio, si trasferì. Accertato che quella botola aveva i requisiti di Varco, io feci abbattere la casa secondo le Norme di sicurezza.»
«Distruggere la costruzione non cancella il Varco, vero?» gli domando, ma Jorge non mi risponde.
Aggiungo poi: «Anche la famiglia Gallardo abita in una vecchia casa del ventesimo secolo… una casa con soffitta. Sì: in cima alle scale ho visto una botola!» proseguo concitato. Ma mi interrompo, perché vedo una lacrima scendere sulla guancia di Jorge. Non posso parlare di Servizio con lui.
«Non è nulla», mi dice sorridendo. «Solo che il non poter combattere per l’integrità dei Confini è come uno stato di paralisi lucida. Io… ora… so. Ma…»
So che tu sai, Jorge. E so che non esistono parole per far comprendere ciò che sai al tuo allievo di un tempo. La realtà del mondo dei morti è troppo incomprensibile per noi vivi. Noi sappiamo solo che l’integrità dei confini è l’unica cosa che tiene assieme la nostra realtà.
So che sopravvivere a trent’anni di servizio operativo sul confine del mondo dei vivi non è una fortuna, né un segno di valore. Credo sia solo durissimo.
Solo tu sai quali fantasmi abitano sul confine dei nostri abissi personali. Spendiamo una vita per trovare varchi nel nostro mondo e forse c’è un Varco dentro ognuno di noi. Quanti di quelli che oggi io chiamo “Corrispondenti” vengono a visitarti? Quale Conoscenza risiede in te?
A un Guardiano non dovrebbe essere concessa la vecchiaia, noi dovremmo sempre morire in servizio. Troppe certezze non svelate possono divenire realtà. Troppe evidenze che non ci è dato comprendere possono aprire gli occhi.
Gli poso una mano sulla spalla e sorrido.
«Grazie Jorge.»
Si alza con fatica. «Stai comodo», mi affretto a dirgli, ma lui è già in piedi e mi precede nel corridoio.
Sulla porta ci scambiamo ancora uno sguardo. Lui legge in me la forza di un Guardiano all’apice della propria carriera e pronto per l’ultima missione, io vedo ciò che potrebbe essere di me se chiudessi il caso Gallardo in maniera “conforme” ma non definitiva. Ciò che diverrei se facessi abbattere “a Norma” quella casa.
Siamo addestrati a non fallire, a non cedere al dubbio, a non transigere nei confronti dell’istinto di conoscere. Se quell’istinto prevale le nostre azioni possono farsi affrettate e sottrarci al dovere di combattere.
Noi conosciamo solo la Legge e la Legge dice che dobbiamo difendere i Confini, con ogni risorsa.
No, Jorge, io non farò abbattere quella casa.
Ho trovato il “mio” Varco. Ora so che è una botola, che è stata costruita per me ed è per essa che io sono stato addestrato.
Io non voglio sopravvivere al mio dovere.
Sono pronto a dare la vita per chiuderlo, quel Varco. Non so ancora come farò: sono molte le cose che devo ancora scoprire di questo caso. Troverò il Corrispondente e userò i suoi poteri, anche se questo mi costerà caro. Voglio compiere il mio dovere fino all’ultimo affinché i Confini del nostro mondo restino intatti.
Torno in strada e mi avvio al Dipartimento.
C’è un tramonto di fuoco che però mi fa lo stesso effetto della parete bianca del mio ufficio. L’aria è fresca e forse è profumata, ma io ho ritarato la mia sensibilità sull’odore della menta piperita.
Il colore del tramonto e il profumo della primavera sono per chi abita il mondo dei vivi, non per chi deve difenderne i confini.
nota, ad uso degli insoddisfatti: forse, ne farò un romanzo…


