La mia storia di malato oncologico. Perché sì, perché credo che valga la pena raccontarla…
I
Sia chiara una cosa: io sono un paziente-paziente. Proprio così: sostantivo-aggettivo. Ho fatto sale d’attesa, ho fatto liste d’attesa. Ho atteso sentenze in forma di referti d’esami radiografici, tomografici, istologici. Ho atteso che mi togliessero drenaggi, cateteri, che mi portassero acqua da bere, che mi dessero nuovamente da mangiare, sempre con pazienza. Ho atteso ore interminabili, guardando gocce di desiderabile veleno cadere da un infusore, gocce tutte uguali, una dopo l’altra, a dividere i miei disorientati istanti. Gocce di soluzione fisiologica, a ripulire il mio sangue dai residui di anestesia, e a scandire un tempo che pareva creato solo per la mia attesa. Gocce di Contramal, cercando di sentire se una goccia in più voleva dire una briciola di dolore in meno (e sì, dopo interminabili istanti, dopo gocce uguali a gocce, forse sì, forse era caduta quella grazie alla quale il dolore si era un poco sopito).
Ho atteso.
Anche quando certe flebo erano finite e l’infermiere non arrivava. O con la bocca arsa. Ho atteso aiuto, indispensabile aiuto, per le più piccole cose, che mi pareva assurdo non essere in grado di fare; che mi pareva impossibile fossero così impossibili, per me.
Ho atteso risposte.
Ho atteso.
Ogni volta che devo sollecitare mi sento in imbarazzo e in difetto, perché so che chi mi assiste non ha solo me fra le sue impellenze e se tarda un poco non è che stia perdendo tempo.
Sono un paziente-paziente, per cui non sono qui per lamentarmi. Io non mi lamento mai e mal sopporto chi si lagna e si piange addosso.
Non sono un eroe, né voglio atteggiarmi a tale.
Ho una soglia discretamente alta del dolore, ma non è questo che m’impedisce di lamentarmi.
Un tempo, ancora in piena salute, mi piaceva leggere le storie di chi stava peggio di me. I guai, le peripezie, le sofferenze altrui, mi facevano pensare che c’è sempre chi sta peggio, molto peggio e io, diamine, cosa avrei, quindi, da lamentarmi? E per cosa?
Poi tutto è cambiato e mi sono ritrovato, in breve tempo, a dover affrontare diversi problemi di salute, tutti piuttosto seri. Allora, incrociando anche per brevissimi tratti chi soffre più di me, non ho più avuto bisogno di leggere storie di gente sfortunata. Nella lettura c’è anche un po’ di morbosità, perché scegli di ficcare il naso in quella condivisione. Anche se chi l’ha offerta, in forma di racconto, romanzo, o saggio, cercava proprio qualcuno disposto ad accoglierla.
Nella realtà, nelle sale d’attesa degli ambulatori, nelle corsie d’ospedale, invece, non hai scelta: le persone le hai sedute o coricate di fronte, o di fianco; le vedi in faccia e trascorri ore o giornate con loro. Con tutto il pudore possibile, non puoi evitare la condivisione. Tua e degli altri. Perché, volente o nolente, anche tu condividi la tua sofferenza. Puoi cercare di mascherarla, ma gli altri la percepiranno, appena solleveranno lo sguardo e per un istante distoglieranno l’attenzione dal proprio dolore.
Nelle corsie e in certe sale d’attesa, la condivisione è totale: anche se non ci si parla, anche se ciascuno ne ha abbastanza dei propri guai e farebbe a meno di pensare a quelli degli altri, arriva il momento in cui non puoi non accorgerti di chi è li come te, ma sta peggio di te. Ogni istante di sollievo dal tuo dolore rischia di essere macchiato dal dolore di qualcun altro. E proprio non puoi non accorgertene: quello che rapisce la tua attenzione (devi ammetterlo), è sempre un dolore più grande del tuo.
Se non lo hai ancora fatto, in quel momento te ne renderai conto: non sei la persona più sfigata del mondo. Non sei l’unico malato. Non sei il collettore di tutta la sofferenza che esiste.
Per me è così. C’è questa consapevolezza che permea la mia esistenza. Ed è per questo che, anche adesso, sento di non potermi lamentare: non ne ho diritto.
Sì, in corsia, in sala d’attesa, spesso c’è anche chi si trova lì per questioni di routine, per patologie o disturbi poco gravi. Questi, per me, non esistono: io sono sempre sinceramente felice per loro, ma si tratta di “fantasmi fortunati” che quasi non vedi quando sei in uno stato di cattiva salute, con un percorso lungo (se la malattia sarà clemente con te) e molto incerto da fare.
Solo chi soffre più di me merita e riesce a calamitare la mia attenzione, e ho deciso che quando mi troverò in un luogo nel quale nessuno soffre più di me, ammesso che in quel momento sia in grado di accorgermene, allora potrò lamentarmi e imprecare contro il destino, e chiedermi: perché? Ma forse ho imparato così bene a non lamentarmi, a non trovare alcun sollievo sfogando la mia sofferenza in lagne, che anche allora penserò che potrebbe andare peggio. E, forse, nemmeno allora mi lamenterò.

