Stan

Stan Effetto Casmir

Stan osserva il suo generatore di energia negativa e proietta la mente indietro nel tempo. Affiorano i ricordi e un turbine di emozioni lo investe: sta per compiersi il sogno di una vita. Il miraggio, mille volte apparso e ogni volta allontanatosi all’orizzonte, sta per essere raggiunto. Questa volta non si può dissolvere e Stan lo sa. Rivede i suoi professori, la scuola, gli amici d’infanzia. Rivede la madre. Sente la voce del padre che lo incoraggia, prima, ma lo supplica di smettere di gettare i suoi giorni, poi. Ricorda l’asprezza dei contrasti avuti con lui e sente il peso di tutto il tempo perduto. Lo rivede ormai inerme, sul letto di morte; sente nuovamente la disperazione e la consapevolezza di non aver più tempo per mostrargli che aveva ragione, che la strada era quella. Che i giorni e il talento non li ha gettati via.

Rivede Connie. Sente il suo profumo, la gioia di farle promesse, l’orrore del saperle al vento.

Assapora, ancora una volta, il sale delle sue lacrime. E così si auto infligge l’ennesima pena.

Povera Connie: meritava molto di più delle ossessioni di un folle.

Tutto è passato. Tutto è perduto. Ceduto, forse. Consapevolmente ceduto in cambio di questo presente, di questo risultato.

Ma a che serve?

Un risultato che gli consentirà solo di fuggire da lì.

A cosa è valso tutto questo sacrificio, se resta solo il desiderio di tornare indietro per cancellarne il ricordo e gli effetti?

Ma basta, non è più tempo. Fra breve non saranno più solo i ricordi a viaggiare.

 

Il separatore di antielettroni ad effetto Casmir è a regime, stabile ormai da dieci minuti. L’indicatore di sfericità della macchina è allineato con la precisione di una parte su un milione, due ordini di grandezza meglio di ogni precedente tentativo. La doppia bolla di grafene potrà chiudersi intorno a lui senza problemi.

Le particolari condizioni di campo elettrico associato, necessarie a orientare il ponte temporale verso il passato, sono state più volte calcolate; il drogaggio del grafene mediante una minima quantità di polonio doserà la quantità di energia negativa libera, determinando la lunghezza del ponte.

Tutto è definito e Stan può andare dove vuole, adesso.

Andrà nel passato.

Per cancellare tutto ciò che è stato.

Poi tornerà qui. E Connie sarà di nuovo con lui. E non resterà una sola traccia di questo Stan, del male che ha fatto, del dolore che ha prodotto in chiunque lo abbia amato.

Il pre-innesco è attivo, i parametri fondamentali entro la gamma.

Stan respira profondamente, chiude gli occhi. La sua mente è vuota.

 

Quando riapre gli occhi di fronte a lui c’è un muro bianco.

Si guarda intorno: quello è proprio il laboratorio di fisica. Meno luminoso di come lo ricordava, ma dovrebbe essere l’alba, sebbene non possa stabilire esattamente l’ora del giorno, né ricorda com’era il tempo meteorologico in quella data.

“In quella data”?

In questa data.

 

Stan sa benissimo cosa deve e non deve fare.

I paradossi che può generare con conseguenze imprevedibili martellano la sua testa e lo ubriacano. Viene colto da una sensazione che non riesce a controllare. Panico? No, Stan sa che quello non è panico. È piuttosto un’ansia, un delirio di onnipotenza che gli fa vivere un sogno lucido. Si vede in una foresta di felci. Cammina alla ricerca di qualcosa. Sa cosa cerca, sa in quale tempo e in quale luogo andava cercato. Guarda a terra finché lo vede: una sorta di piccolissimo topo. Un primordiale mammifero che lui calpesta con rabbia: nessun mammifero supererà quello stadio di evoluzione. Non esisteranno guerre, non esisteranno il ventesimo e il ventunesimo secolo della nostra specie. E non esisteranno nemmeno Stan e tutto il dolore che ha provato.

Ma si riprende e sa che non c’è bisogno di cancellare tutto il futuro del genere umano: basta cancellare da un server i risultati, e con essi la memoria, di un singolo esperimento che ha portato a termine la sera prima. Basta quell’atto e tutto il futuro sarà modificato. Forse si ritroverà fallito, nel presente a cui ritornerà. Non avrà viaggiato, non sarà stato nello spazio, non avrà diretto il progetto Thorne. E soprattutto non avrà avuto alcun motivo per costruire la sua macchina del tempo.

Il server è violato, la memoria modificata.

Ora Stan è felice. Questo è il senso della suprema conoscenza: avere la possibilità di scegliere e, quando necessario, di resettare il tempo.

Non importa se il risultato di questa scelta non ammette compromessi e verrà persa memoria di tutto, anche del fatto che c’è stata una scelta.

Stan vuole così: padrone del tempo, Re Mida fra gli uomini, non commetterà alcun errore e sopravviverà al proprio potere.

Tornerà e non rimpiangerà nulla. Tornerà e sarà felice.

Le informazioni indispensabili per il salto nel futuro sono tutte nella sua mente e verranno dimenticate nel viaggio di ritorno.

Quanto di materialmente necessario, invece, è lì intorno a lui. Ricorda bene l’accesso al magazzino del grafene; la minima quantità di polonio sufficiente è già nella zona bunker, a fianco del laboratorio. Il generatore di campo SV-1 di quel tempo è addirittura ridondante. Meno di un’ora di lavoro basterà per preparare tutto.

Stan è già pronto per tornare.

Un rumore e la porta del laboratorio si apre.

Entra lo Stan di quel tempo.

Già: a quel tempo Stan si recava in laboratorio anche fuori orario.

Sono le sei del mattino e questa mattina Stan è lì.

In due copie di sé stesso. E un altro delirio coglie lo Stan viaggiatore del tempo: portare con sé lo Stan del passato e vivere con lui e dividere tutto con lui e trasformare il dolore in gioia di vivere. Perché lo Stan viaggiatore sa che da solo non si può bastare, ma adesso sa pure che tutto il dolore, assieme al proprio doppio, sarebbe dimenticato.

Stan comprende in un istante che la sola persona con la quale potrebbe condividere ogni cosa è solo una, che la persona in grado di capirlo e, forse, unica che lui potrebbe amare è solo quella.

Ma no, lo Stan viaggiatore ha deciso: guarda per un’ultima volta lo Stan del passato. Lo guarda dolcemente e sorride.

Lo Stan del passato guarda scomparire quello strano ectoplasma e resterà convinto, forse, di aver avuto un’allucinazione; di aver lasciato volare la propria fantasia.

 

Stan riapre gli occhi, quello attorno a lui è il suo laboratorio del presente… il suo laboratorio del futuro… Non lo sa più in quale laboratorio si trova. Non sa più quale Stan è tornato.

Si volta verso la parete dov’era il datario: lì, ora, c’è una finestra.

Si guarda intorno. Quello è il suo laboratorio, ma allo stesso tempo non lo è.

Poi si rende conto di non aver dimenticato nulla.

Si scuote dallo strano torpore già provato nel viaggio precedente.

Si porta al computer, lo accende. La cornice del display è più sottile, ne è certo, ma la password è corretta: il futuro è quello giusto, tutto pare aver funzionato. Probabilmente la sua mente è scossa per il viaggio e i ricordi recenti sono ancora confusi.

Non ha dimenticato nulla, però: è stato nel passato, è tornato al suo vecchio laboratorio, ha cancellato tutti i dati necessari, così da impedirsi di intraprendere la via degli studi per il separatore di antielettroni e vivere. Vivere – per Dio! – da quel momento in poi.

Ma questo è un altro presente, e Stan lo sa.

Lo aveva pure immaginato: il tempo non è una linea continua ma è un albero che ha infinite ramificazioni. Il fatto stesso di essere tornato in quel laboratorio ha dato origine a una biforcazione: da un lato il percorso del tempo che porterà a dove Stan è partito, dall’altra il percorso che porta a questo futuro.

È inutile fuggire. Siamo in ogni percorso, seguiamo ogni biforcazione.

La nostra coscienza viaggia col tempo e con il tempo si divide e crea infiniti noi.

Ora Stan è qui, mentre in un altro luogo sta rifacendo i calcoli e si sta chiedendo cosa non ha funzionato e perché il ponte verso il passato non si è generato.

Questo è un altro futuro: qui non c’è più il ricordo di…

Il ricordo di…

Perché c’era un ricordo, Stan ne è sicuro.

Qui c’è solo Amanda. C’è la gioia di scambiarsi promesse, l’orrore di saperle al vento.

C’è il sale delle sue lacrime, ancora e per sempre.

 

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