Mezzanotte e tredici, sono al punto di consegna con due minuti di anticipo. Spengo il motore del furgone.
Arrivano in due e vedo il pacco. Piatto, rettangolare. Tutto dovrebbe essere andato secondo i piani.
Scendo e apro il portellone laterale del furgone. La cassa è pronta.
I due intanto mi hanno raggiunto.
«Irene» dice lei.
«Jack» aggiunge lui. I nomi che ci sono stati assegnati sono le nostre parole d’ordine.
«Attilio» rispondo.
«Certo che ti hanno dato proprio un nome del cazzo, eh?» dice Jack mentre sistema con delicatezza il pacco nella cassa e lo ricopre con il coperchio che avevo precedentemente scostato. Poi chiude il portellone.
Saliamo. Io alla guida, di fianco a me Irene, sul posto laterale Jack.
«Un furgone FedEx? Ma che razza di idea ti è venuta?» domanda lei.
«Tu non preoccuparti, lo spedizioniere sono io. Voi pensate a fare i ladri.»
Viaggiamo per venti minuti in completo silenzio e quando siamo a meno di cinque chilometri dal magazzino il telefono di Jack suona.
Lui lo avvicina all’orecchio senza aprire bocca, resta in ascolto per qualche secondo e chiude la comunicazione. Poi sbotta: «Merda! Contrordine: la polizia ci aspetta al magazzino. È un’imboscata.»
«Chi era al telefono? Come lo sa?» domando.
«Chi era non importa, abbiamo i nostri informatori. Qualcuno ha tradito. Fai inversione qui, subito. Portati verso la tangenziale. E datemi i vostri telefoni», intima Jack.
«Che cazzo stai dicendo?» domanda Irene «Per caso sospetti di noi?»
«No, di voi mi fido, ma dobbiamo spegnerli e buttarli. Se qualcuno ci ha venduti potremmo anche essere tracciati. Datemi i telefoni, subito. E tu ferma qui.»
Io e Irene eseguiamo, poi ci lanciamo un’occhiata smarrita. Lei pare spaventata. Fino a poco fa aveva l’aspetto di un mastino pronto ad azzannare.
Jack scende. Siamo vicino a un canale che le piogge dei giorni scorsi hanno ingrossato. C’è corrente: nel buio non si vede, ma il rumore dell’acqua che va è inconfondibile.
Lei segue Jack con lo sguardo, vedo che infila una mano sotto il giubbotto ed estrae una pistola.
Lui lancia i tre cellulari nel corso d’acqua.
Irene ora mi dà le spalle. Girata verso la portiera del passeggero non perde di vista Jack nemmeno un momento. Nella tenue luce del cruscotto mi pare che tremi.
Lui si volta, riapre la portiera ci punta una pistola. «Ora, con calma, scendete e»
Uno sparo. Jack non può finire la frase, ma spara a propria volta uno, due colpi.
«Ma che cazz…?!» urlo.
Un istante dopo mi sto toccando, cercando di capire dove sono stato preso. Non sento dolore, ma sono certo che sto per morire.
No, non sono stato colpito. Le orecchie mi fischiano, la vista mi è impedita dai lampi dei due spari che ho ancora sulla retina.
Irene è accasciata malamente sui due posti di fianco al mio. Jack non lo vedo.
Tento di girarla, sento bagnato e il calore del suo sangue. Colpita al petto e alla testa, non respira già più. Sono terrorizzato, ma la prima cosa che penso è che era una gran figa, ed è un peccato. Tutte le mie emozioni si condensano in questa idiozia: il dispiacere per il suo fisico sprecato così. Bucata come una bambola gonfiabile.
Scendo e giro attorno al furgone dalla parte posteriore. Mi sporgo lentamente e vedo Jack a terra, immobile. Mi avvicino, do un calcio alla pistola per allontanarla e mi chino su di lui. Sta sussurrando qualcosa: «Devo… vederlo. Devo… tenerlo…» In un ultimo sforzo allunga la mano verso il portellone. Poi spira.
Scarico Irene, uno dopo l’altro trascino i due corpi e li faccio rotolare sull’argine in cemento. L’acqua nera se li prende. Mi pulisco le mani nell’erba umida. Risalgo.
Riparto.
«Cristo!» dico ad alta voce picchiando con una mano il volante «Lo sapevo che non dovevo lasciarmi coinvolgere! Finché si tratta ricevere e smistare qualche chilo di hashish ok. Ma rubare opere d’arte di questo valore… dovevo immaginarlo! Cristo!»
Guido per quattro ore inseguito da pensieri terribili. Poi vedo l’insegna di un motel e mi fermo.
Pago il portiere di notte che mi consegna una chiave. Risalgo e guido ancora fino al parcheggio davanti alla camera 12.
Scendo e mi guardo intorno, circospetto. Non un’anima. Apro il portellone laterale, rimuovo il coperchio della cassa e prendo il pacco. Lo porto in camera. Esco nuovamente e copro il sedile macchiato di sangue con una coperta che avevo nel furgone. Richiudo la portiera dal passeggero e prima di rientrare in camera controllo che non ci siano macchie sulla carrozzeria: nulla.
Ancora uno sguardo alla notte. Oltre le luci del parcheggio tutto è buio e silenzioso, la strada è deserta.
Sono dentro, chiudo a chiave la porta. La tensione che si allenta mi fa sentire vuoto. Ho bisogno di dormire, ma è il pensiero delle ultime parole di Jack a tormentarmi, ora. Devo vedere la refurtiva. Domani i tg lanceranno la notizia: “Colpo del secolo alla Pinacoteca di Brera: rubato il Cristo morto del Mantegna.”
Avrò le forze dell’ordine e tutti gli altri della banda alle costole, ammesso che qualcuno sia riuscito a evitare la trappola.
Prima che mi becchino vediamolo, dunque, ‘sto Cristo, che a quanto pare ho già iniziato a invocare.
Gli sono di fronte. La luce della stanza crea una strana atmosfera. Quella tela, che ho messo sul tavolino e appoggiato alla parete, sembra uno squarcio su un’altra dimensione. L’immagine è potente: la conosco bene, ma non l’avevo mai vista dal vero.
Faccio la prova: percorro la stanza da sinistra a destra, fissando i piedi del Cristo. L’effetto è davvero forte come mi avevano detto. La prospettiva secondo la quale il pittore ha disegnato il cadavere è impressionante: l’immagine del Cristo pare muoversi ed è sempre rivolta verso la mia posizione.
Un cadavere più sconvolgente di quelli cui poco fa ho dato indegna sepoltura in acqua.
Sarà la suggestione, ma mi sento mancare. Eppure ho bisogno di vedere ancora quel corpo rivolto verso di me: torno sui miei passi, sguardo fisso a quei piedi lacerati.
Cado in ginocchio, piango. Sono perduto, ma una strana sensazione di distacco mi avvolge.
Ho una visione mistica: il cadavere apre gli occhi, si siede, sorride e alza una mano come per benedirmi.
Nemmeno per un istante mi passa per la mente che sia tutta immaginazione: mi sento protetto e invincibile. Domani verranno ad arrestarmi, oppure a uccidermi per riprendere ciò che io dovevo solo consegnare, ma ora sono avvolto da un’aura di luce e il Cristo mi guarda. Tutto è chiaro e mi sento imprendibile.
Superstizione, più che fede: blasfema superstizione, mi è chiaro anche questo, ma la mia forza di volontà ora non ha limiti.
Mi avvicino al dipinto, lo sfioro, alzo lo sguardo e inspiro profondamente. Poso una mano sul petto del Cristo, sento i suoi muscoli vibrare.
«Questa cosa è più forte di qualsiasi droga abbia mai provato…»
Ripongo il dipinto e si fa spazio in me la consapevolezza che è stata solo un’allucinazione, ma al contempo sento che, se continua a funzionare, per nulla al mondo mi priverò dell’effetto che mi dà.
La notte trascorre fra sogni terribili: il canale nel quale ho buttato i due cadaveri è pieno del sangue di Irene, e si perde nel buio a destra e a sinistra, in una prospettiva strana che non ha punto di fuga. Lei continua a passare trasportata dalla corrente e mi guarda, e pare volermi azzannare. Io non posso fare a meno di gettarmi nel fiume rosso cupo e ora i tre colpi di pistola hanno preso me, e il mio sangue si mischia a quello di Irene.
Mi sveglio di soprassalto e di nuovo mi sento vuoto, senza forze.
Scendo dal letto a fatica, riprendo il quadro, lo appoggio sul tavolo. La luce è cambiata: dalle tende filtra il primo sole, ma l’effetto è sempre quello. Mi carico con tre passaggi avanti e indietro, la prospettiva del corpo inerme è, a un tempo, mistero e certezza. Altro non è che il mio futuro immediato: fra poco sarò io quello steso su un piano di marmo, ma non riesco ad avere paura.
Bussano alla porta.
Sto percorrendo ancora una volta la stanza, da destra a sinistra, gli occhi inchiodati ai piedi del Cristo.
La porta si abbatte con uno schianto.
«Non ti muovere, alza le mani!»
Ma io non stacco lo sguardo. E non mi posso fermare…


