Moto perpetuo

Moto perpetuo

 

Quarantaquattro scalini.

Li ho contati tutti.

Dal punto di partenza.

È strano…

Strano che siano quarantaquattro e strano perché non c’è un punto di partenza.

E quanti giri? Non so quanti ne abbia già fatti.

Davanti a me, tre gradini più avanti, c’è una figura a precedermi e poi un’altra, e un’altra ancora. Saliamo senza fine. Di solito non distolgo lo sguardo dal lastricato della scala e salgo. Salgo senza chiedermi il perché. Salgo e penso a tutto quanto mi serve per salire. Muovo un passo e poi un altro. Lascio la presa della mano sinistra per afferrare la ringhiera un poco più avanti, un poco più in alto.

Procedo con calma.

Talvolta penso di accelerare appena la mia andatura e non ho finito di pensarlo che la figura che mi sta davanti accelera cogliendomi di sorpresa, allora devo per forza accelerare anch’io per colmare la distanza. E poco dopo la ristabilisco perché chi mi sta davanti ha nuovamente ripreso il passo lento e si volge brevemente indietro per controllare che io sia rimasto alla giusta distanza. Vedo che mi guarda ma non alzo la testa, non voglio che sappia che lo sto controllando.

 

Sì, sono qui e continuo a seguirti, vorrei dirgli ma lui si è già volto nuovamente avanti. Vengo colto dal dubbio che chi mi segue non abbia fatto come me e mi giro appena per controllare. Sì, dev’essere stato colto di sorpresa ma ha già colmato la distanza che doveva essersi creata fra me e lui. Vedo i suoi occhi e vedo che mi guarda, anche se non alza la testa. Forse anche lui vorrebbe dire qualcosa e se io indugiassi un istante mi parlerebbe, allora potrei chiedergli chi siamo e cosa facciamo qui. Invece sono nuovamente girato in avanti, sguardo basso sul lastricato della scala.

E continuiamo a salire. Non so quanti siamo a salire lungo questa scala infinita. Non riesco a vedere bene e non voglio alzare la testa. Non lo fa nessuno e non mi sembra il caso che lo debba fare io. Posso tuttavia calcolare. Con tre gradini di distanza fra me e chi mi precede e quarantaquattro scalini in tutto, dovremmo essere in quattordici, forse quindici, a salire.

Ma c’è anche chi scende. Chi è che scende dalla mano opposta a quella da cui noi saliamo? Vedo che chi mi precede volge a destra lo sguardo: sta controllando chi scende. Una figura, vestita e incappucciata come noi gli sta passando di fianco. Allora lo faccio anch’io: guardo chi mi sta passando a fianco. Scende e pare che il suo sguardo sia perso nel vuoto. Fisso in avanti, non guarda gli scalini, non guarda chi lo precede ma è come se guardasse all’orizzonte.

Vorrei guardarlo ancora e invece abbasso lo sguardo, agli scalini. E mentre ritrovo la postura conforme a questa salita che non ha fine vedo che chi mi precede non guarda già più chi gli è passato di fianco ed è, adesso, nella stessa mia condizione, mano sinistra alla ringhiera, mano destra lungo il fianco, testa bassa a guardare i gradini.

Fra pochi istanti sarò io là dove adesso è lui. E io, adesso, sono dove lui era pochi istanti fa.

Cos’è questa separazione tra noi? Questo nostro riempire lo spazio, e colmare la distanza, e spingere il tempo a passare, con una salita che è movimento ed è tempo che scorre ma è anche fissità e nulla che possiamo afferrare.

Ma salgo. Saliamo.

 

Mi sono assopito. Forse ho sognato. Sto ancora salendo a testa bassa. Non so quanti altri giri ho fatto. Il sole è sempre basso all’orizzonte e non sembra passato molto tempo.

Anzi: il tempo non sembra essere passato.

 

Cerco di ricordare cosa ho sognato. Ho sognato di essere in basso sulla terrazza del piano di sotto e guardare in alto e vedermi salire a testa bassa. Ho visto il momento in cui mi volgevo per un istante a guardare chi mi segue e ho visto anche che mi rigiravo, quasi subito, nuovamente in avanti. Poi ho visto chi mi seguiva fare la stessa cosa con chi lo seguiva a propria volta.  E poi ancora e ancora e ho avuto paura.

Allora mi sono svegliato e sono nuovamente qui.

 

Vorrei dormire ancora ma senza sognare e perdere la coscienza di me e di questa salita senza fine.

Oppure sognare di essere quel corvo che gira sopra di noi e vede questa giostra di figure che salgono e scendono.

Volerei libero, via da questa scala. Invece lui resta sopra di noi e scende, a giri, ma non si abbassa mai o forse nuovamente risale quando io non posso vederlo perché sto guardando in basso, gli scalini.

 

E mentre lui vola noi saliamo e scendiamo.

 

Mi assopisco di nuovo. Questa volta sogno di essere una delle figure che scendono. Sono chi mi passava a fianco e ho guardato, poco fa.

Poco fa? Non so quanto tempo sia passato ma ho notato che mi ha guardato mentre continuavo a scendere e guardavo avanti a me. Guardavo l’orizzonte senza distogliere lo sguardo dal sole che è basso e rosso e si può guardare senza ferirsi gli occhi. Guardo l’orizzonte senza guardare gli scalini di questa discesa senza fine. Sono quarantadue. Ed è strano perché salendo ne ho contati quarantaquattro. Allora li conto nuovamente per un altro giro e mi convinco che sono quarantadue. E conto ancora e forse il contare mi aiuterà a non pensare e difatti non so già più perché li sto contando, questi gradini. E mi assopisco e forse sogno un poco. Sogno di salire anziché scendere.

E continuo a contare.

Quarantaquattro scalini.

Li ho contati tutti.

Dal punto di partenza.

È strano…

 

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