DAL CASSETTONE DEI RICORDI
“Il grande falò”
Proiezioni di luce rossastra balenavano fra i rami sui nostri visi.
Le sfiorai una mano. Qualcosa all’altezza dello stomaco si mosse in me. Ricordo benissimo quella sensazione. Anni dopo, teneramente, colei che allora amavo sopra ogni cosa e a cui non ho mai saputo nascondere nulla mi avrebbe detto: «Che dolce: erano le farfalle!»
No, non erano farfalle. Piuttosto si muoveva in me il primo serpente tentatore che io ricordi, per quanto l’innocenza di quei gesti e dei pensieri che in quei giorni mi turbavano in modo così prepotente escluda significati meno che purissimi.
Era un’estate di tanto tempo fa. Da tre anni, a luglio, venivo spedito dai miei, con amorevole cura (da me non apprezzata), nella colonia montana del nostro Comune.
Tre settimane che fin dal secondo anno avevo imparato a cadenzare con i quattro eventi ricreativi caratterizzanti: l’alba sulla cima della montagna che sovrastava la vallata, la grande passeggiata, la visita dei parenti, il grande falò.
Tutto il resto è confuso nei miei ricordi di quelle vacanze, per altro non spiacevoli. Ma quei quattro eventi sono rimasti come scolpiti in una parte della mia memoria che oggi riaffiora.
“L’alba sulla cima” prevedeva la sveglia alle tre, una scarpinata in salita – per una distanza e in un freddo che oggi non saprei quantificare, ma che allora mi parevano spropositati – e un’attesa assurdamente lunga, sdraiati su coperte leggere che l’umidità della notte infradiciava in pochi istanti. Ce ne stavamo lì, a implorare che dal versante opposto della valle il crepuscolo si facesse alba, sapendo che poi sarebbe seguita un’abbondante colazione al sacco, proveniente dalle cucine con la Campagnola del custode.
“La grande passeggiata” era il vero dramma della vacanza: mezza giornata di cammino per andare non so dove. A un lago, forse, ma ci arrivavamo troppo stanchi per poterlo trovare interessante. Pranzo al sacco e quando si approssimava l’ora del rientro ancora non ci eravamo resi conto di essere solo a metà della nostra fatica. La marcia di ritorno era forzata. Ricordo vesciche ai piedi, pianti, cacche addosso e quant’altro di meno augurabile se l’intento era quello di far nascere nei bambini un amore per l’escursionismo in montagna.
“La visita dei parenti” a suo modo era un altro dramma. Per quasi tutti noi quella vacanza di tre settimane era il primo distacco dalla famiglia. Papà e mamme arrivavano la mattina dell’ultima domenica. Tra noi, piccoli uomini ancora troppo bambini, non ne parlavamo, ma la felicità era incontenibile: avevamo dieci o undici anni, dopotutto. La mattinata trascorreva fra le recite e gli spettacolini di benvenuto che le maestre ci avevano fatto preparare. Il pomeriggio era libero e io, non certo unico, ricordo quelle ore con i miei genitori come le più belle di tutta la vita, finché la mia vita è trascorsa con loro. Ma a tanta felicità faceva da contraltare un nuovo abbandono. A quello, terribile, di inizio vacanza la mamma ci aveva preparato per giorni, con un lavaggio del cervello che alla fine si era fatto consapevolezza e orgoglio: «Sei grande, ormai, e sono sicura che ti divertirai tanto, farai nuove amicizie e al ritorno potrai raccontarmi tutte le cose belle che avrai fatto.»
Questa nuova separazione, invece, ci coglieva completamente impreparati e ci ricacciava in una disperazione che dopo due settimane di lontananza aveva appena incominciato a farci un po’ meno male. Perché davvero avevamo conosciuto nuovi amici e ci sentivamo più grandi. Perché quel primo, delicato, sapore di indipendenza dai genitori e dal nostro nido, ci faceva davvero nuovi e diversi.
«Dai, che manca meno di una settimana: sabato rientrate! Saremo ad aspettarti in piazza, quando l’autobus arriva!» diceva mia madre al termine di quella giornata di visita, mentre le s’insinuava negli occhi un velo di lacrime che per nessuna ragione al mondo si sarebbe lasciata scappare. Doveva credere davvero a quanto bene mi avrebbero fatto quelle tre settimane di montagna. E quelle nuove compagnie. E quella prima, breve, indipendenza da lei.
Salutare, oserei dire quasi salvifica (e giustamente sfruttata al massimo dalle maestre cui eravamo affidati) arrivava la promessa del “Grande falò”, per la sera successiva a quella domenica splendida e terribile a un tempo. Scacciava l’aria funerea che si poteva respirare dopo la partenza delle famiglie, creava in noi attesa e curiosità. Chi aveva già passato lì una o più estati conosceva il rituale e poteva confermare fascino e spettacolarità dell’evento. Uno dei maestri avrebbe perfino fatto il salto mortale attraverso le fiamme (ma quanto erano irresponsabili gli educatori, a quel tempo?)
Fu proprio la sera di quella domenica, in una malinconia di gruppo vaga e dolcissima, che ci ritrovammo in una delle camere delle ragazze, a fare con loro discorsi da grandi, per non sentirci così tanto bambini e, per quel che mi riguarda, sopportare un po’ meglio la nostalgia per la mamma, unica donna che allora era nei miei pensieri.
Decisi, con il mio amico Marco, di giocare la carta dello svenimento. Perché era una cosa diversa e originale, che ci riusciva infallibilmente e che faceva sempre un gran colpo nei presenti. E poi davvero ci divertiva: quella sera l’avremmo fatta per noi, e chi era lì guardasse pure, e si divertisse con noi, se voleva.
Io sapevo svenire a comando. Avevo bisogno di un assistente che doveva trattenermi al momento giusto e adagiarmi al suolo e Marco era una spalla perfetta, perché recitava una parte drammatica che nelle prove mi era parsa fantastica, anche se non l’avevo mai potuta vedere dal vivo.
«Sapete che sono capace di svenire?»
«Ma non è pericoloso?» chiese lei.
«Oh, sì: moltissimo» colse al volo Marco, che non aveva bisogno di alcun preavviso per entrare nella parte.
«Allora non farlo» intimò lei, guardandomi con occhi che non le avevo mai visto.
Furono quegli occhi.
Non lo dissi, ma il numero lo avrei fatto solo per lei.
Quando ripresi i sensi, fra i fischi nelle orecchie e la vista che da nera si rifaceva granulosa e poco a poco mi lasciava riprendere il controllo di me, furono di nuovo quegli occhi ad accogliermi.
Sentivo, distante, il pianto di una delle ragazzine, e uno dei miei amici che diceva che non era vero nulla, che ero uno scemo e facevo solo finta.
Mi misi a sedere, ancora frastornato e lei mi disse: «Non farlo mai più.»
Probabilmente in quel momento avevo davvero uno sguardo da scemo, ma volli piantarle addosso due occhi come i suoi. E forse ci riuscii, perché lei mi sorrise e disse, con una dolcezza che ancora mi dà nostalgia: «Mi hai fatto spaventare, sai?»
Ma non mi resi conto subito di cosa ci era successo in quel momento.
Accadde la sera dopo. Mentre tutti erano distratti dalla preparazione del salto attraverso le fiamme del giovane (e per tutti affascinante) maestro Gigi, lei mi disse: «Perché non andiamo a fare una passeggiata?»
«Solo noi?» risposi imbarazzato.
«Sì: io e te.»
Non ci allontanammo molto. Ci bastò superare i primi alberi che dividevano il prato dagli edifici della colonia e ci accomodammo nell’erba, tenuamente illuminati da quanto del falò riusciva a filtrare attraverso i rami e le foglie.
Furono istanti brevi, ma pieni di significato e di desiderio, soddisfatto nella piena innocenza. Ché né lei, né io sapevamo ancora cosa davvero fosse l’amore. Ma lo portavamo in noi come istinto, come bocciolo, che sarebbe stato colto da altri, molto tempo dopo.
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Cari amici, grazie per essere arrivati fin qui. Ho ancora molte cose da condividere, ma spero di potervele far leggere dalle pagine di un libro che avrei intenzione di pubblicare. A presto!

