Multipatologico – XI

La mia storia di malato oncologico. Perché sì, perché credo che valga la pena raccontarla…

XI

Eccomi qui. Ricoverato. In camera.

Ma il personale del reparto non sa nulla. I medici sono tutti nelle sale operatorie, mi viene detto. Effettivamente un intervento stamattina è saltato, ma quello di recupero è stato preso dall’altra urologia (i reparti URO, qui, sono due).

«E… Quindi?»

«Resti in attesa.»

Beh, ovvio.

Passano le ore.

Il letto è comodo; il cuscino, invece, pare di polistirolo: come farò a dormire appoggiando la testa su questo mattone?

Camera a quattro letti. Di fronte a me un paziente operato a un rene due giorni prima. Sospetto tumore, in attesa di istologico. Facciamo due chiacchiere. Non sono uno che attacca discorso, ma se mi coinvolgono parlo volentieri. È un falegname, bellissimo mestiere, gli dico, lui si avvicina a fatica.

«Vengo io, stai comodo», gli dico.

«No, faccio due passi» e raggiunge il mio letto, sul quale sono stravaccato. Mi mostra alcune foto con il telefono, di sue “opere”. Non solo un bravo artigiano: un artista, glielo dico e lo penso davvero. Così spingiamo avanti un po’ il tempo. Poi lui torna a letto. Fatica a stare in piedi e seduto, «…ma coricato durerò anche meno», mi dice mesto.

Alla mia sinistra e l’altro letto a fronte sono occupati da due in dimissione. Sono presi nel raccogliere e mettere in borsa le loro poche cose, chiaro che il loro ricovero è stato breve.

 

Mezzogiorno: le dimissioni sono già state fatte, il paziente di fronte a me lo hanno portato via per qualche tipo di accertamento, sono solo in camera da quasi un’ora.

Nessuno, fra gli infermieri, pare conoscere il mio destino più prossimo. Leggo un quotidiano online, sfoglio Martin Eden. Sono preparato all’attesa, mi sento tranquillo, ma non riesco a tenere la concentrazione per più di qualche minuto.

La sala operatoria incombe e mi sento felice. Ho atteso mesi, davvero adesso vedo il traguardo di tappa. Tuttavia, concentrarmi, estraniarmi del tutto nella lettura proprio non mi riesce.

Arrivano due nuovi ricoverati, torna anche il mio dirimpettaio, portano il pranzo. Non per me, che sono a digiuno.

Scambio ancora due parole con i due nuovi compagni di stanza. Uno è sicuramente più grave di me e pare molto sofferente. Intanto, il falegname se ne sta in silenzio nel letto. Si vede che è tormentato dal dolore. Si rigira, alcuni movimenti lo fanno pigolare sommessamente. Scende, a fianco al letto ha una sedia, si accomoda. Si fa per dire: dura pochissimo, va a fare una breve passeggiata nel corridoio trascinandosi dietro il trespolo con la flebo.

L’ultimo di noi quattro è un vecchietto arzillo che deve fare un piccolo intervento di routine, nulla di particolarmente serio.

Mi chiede cosa devo fare. «Orpo, ma tu sei giovane!» replica stupito alla mia diagnosi. Poi si mette alla finestra e non parla più. È evidente che non vuole rompere le scatole, con il suo problema da nulla, per il quale verrà dimesso già domani. Apprezzabile, medito, il suo essere un malato non grave con consapevolezza e discrezione.

Intanto, il mio vicino continua a soffrire in silenzio. È ureterostomizzato bilaterale, pare che si tratti di un problema di infezione, «…ma non hanno ancora capito bene…», dice a denti stretti, dissimulando come può.

Qui, si sta. Cercando di non dar troppo fastidio al prossimo, constato.

Ammiro questi compagni di stanza.

Tra poco toccherà anche a me soffrire e farò di tutto per essere alla loro altezza.

 

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