Apro gli occhi nel buio. Mi sono nascosto in una nicchia di questo porticato. La lampada, poco più in là, è guasta e questo è l’unico punto in penombra: il buio mi proteggerà.
Nel portico risuonano passi, sempre più vicini. I suoi passi: un ritmo lento e regolare che incombe su di me. Mi sta cercando?
Richiudo gli occhi, un tremito che non so controllare mi scuote. Un gemito mi sfugge – no! – penso.
I passi si sono arrestati. Un silenzio interminabile che avvolge ogni cosa viene rotto infine dal suo respiro, mentre io continuo a trattenere il mio.
Mi avrà udito?
Cosa avrà potere di fare?
Dentro di me rimbombano voci antiche, piene d’angoscia. Mi sembrano conosciute, sebbene mai sentite. Lampi di immagini confuse ed esperienze già vissute mi portano via per un istante che non riesco a spezzare. Una strada, una chiesa, un lungo corridoio al termine del quale una porta è semi aperta. Luoghi lontani sui quali grava sempre la stessa cappa d’improbabile salvezza.
Nel momento in cui lui urla qualcosa non sono pronto ad ascoltare. Non ho capito… Non so, e mi chiedo se mi sarebbe stato d’aiuto comprendere cosa aveva da dirmi… ma l’attimo di attenzione termina senza la mia volontà, i sensi tesi, rivolti all’eco della sua voce, subito si allentano. Forse ora è un sonno più profondo a vincermi e io, ripiombando nella zona offuscata ma insensibile del mio incubo, riconquisto una calma fragile e dolente.
Rumore di passi che si allontanano. Prima lenti, quasi circospetti, poi più veloci. Gli ultimi suoni che percepisco sono quelli di una corsa. Sfrenata e sempre più lontana.
Sono rimasto solo nel buio, che mi ha protetto e che non vorrei più lasciare.
* * *
Apro gli occhi. Nel buio. Sono appoggiato a un muro. L’oscurità sarà ancora in grado di proteggermi?
Sento un soffio, lento e regolare: lui mi è di nuovo vicino e questo è il suo respiro.
Provo a muovermi, a cercare una via di fuga. Sfioro una tenda, poi una parete.
Il respiro cessa e mi blocco. Può aver percepito la mia presenza?
Siamo ormai a poca distanza. Richiudo gli occhi, quasi che il buio possa farsi più nero.
Ancora quel tremito incontrollabile mi assale, ma il mio gemito questa volta è solo un sussurro. Non abbastanza silenzioso, però.
Mi deve aver sentito: un fruscio improvviso di fronte a me e poi un lampo di luce per poco non svelano la mia presenza, ma sono già a terra e ho appena il tempo di scivolare sotto il primo riparo. Il tremito ora mi sconvolge. Mi copro il viso e premo con tutta la forza per trattenere l’urlo che mi esplode dentro.
Qui solo il buio può proteggermi e se io non vedrò lui, lui non potrà vedere me.
Rumori ovattati, vicini, forse sopra di me. Movimenti cauti, ma incerti. Poi, ancora una volta, soffia una voce, la sua voce, ma non la comprendo. So che si rivolge a me, so che ha qualcosa da comunicarmi, ma non voglio sentire. E non voglio vedere.
Il tempo scorre lento e infine cessa di esistere. Cado nuovamente nel sonno profondo.
Non vorrei più lasciarlo, ma so che non sarà così.
* * *
«Devi affrontare il tuo incubo…», la voce dell’analista giunge di lontano, come un remoto ricordo. Una frase e infinite argomentazioni razionali che mi pare d’aver sentito da sempre, ma che è come se non fossero rivolte a me.
«Solo affrontandolo potrai liberartene…», e so che non potrò più rifugiarmi nel buio.
* * *
Apro gli occhi. Questa volta sono in un bosco. L’autunno è inoltrato, le foglie secche, a terra, sono una coltre spessa e rumorosa. Il bosco è fitto, pur spoglio: alberi e arbusti a perdita d’occhio.
Sopra, un cielo nuvoloso incombe. Non una nicchia, non un riparo da questa luce diffusa, grigia e innaturale. Già so che lui sta arrivando. Già mi raggiungono da lontano voci e rumore di foglie. Si materializzano figure, fra i rami.
È giunto il momento di affrontarci, lo so. Non sono pronto, ma ormai è inevitabile.
Ancora un giro d’orizzonte: i miei occhi cercano invano un nascondiglio, una via di fuga, un antro buio dove non essere visto, dove trovare rifugio. Ma non c’è più rifugio.
Paralizzato al centro di immagini che mi ruotano attorno sempre più vorticose, tento di muovermi, incerto. Ubriaco cedo al mio destino e senza più volontà mi avvio in direzione dei suoni, verso quelle figure.
Che però si allontanano.
Se ne vanno.
Cosa mi ha protetto, questa volta? Se anche il buio, sola possibilità residua di salvezza, mi ha abbandonato, e la mia disperazione è tanta da farmi ormai rassegnare all’incontro con lui, cosa mi ha protetto? E fino a quando potrò sopravvivere a quest’incubo? Così reale e terribile, che con tanta forza respingo ma con altrettanta forza mi attrae a sé?
Non eravamo soli, ci dovevano essere altre presenze, questa volta: ecco perché non ci siamo incontrati. Ma io sono certo di aver visto la sua ombra. E di essere stato visto da lui.
Richiudo gli occhi.
E di nuovo la liberazione del buio e di un’insensibilità totale mi accolgono.
* * *
Apro gli occhi e sono nella penombra.
Adesso sono nel palchetto di un teatro. Lui è seduto su una delle due poltroncine e mi volta le spalle.
Guarda in basso. Oltre la balconata, il palcoscenico illuminato.
Sa che sono qui.
Questa volta non è un incubo, ricorrente nel suo afferrarmi, sempre nuovo nel suo rappresentarsi. Questa volta ci siamo: ecco la mia ombra.
Come siamo giunti fin qui? Cosa consente ai fantasmi della mente di visitare il mondo reale?
Non si volta e poggia una mano, bianchissima e tremante sulla poltroncina che gli sta di fianco, anch’essa rivolta verso il palco e la rappresentazione che vi è in corso.
Non c’è tempo per le domande, con un cenno della testa, senza voltarsi, m’invita a sedermi.
È un’ombra che per un istante mi pare gentile. Ma che emana una paura secca, nuova e violenta, che mi afferra e poi mi si propaga dentro rendendomi folle. Vorrei farmi nell’angolo più buio di questo angusto spazio, accucciarmi e cessare di esistere lì, ma so che nemmeno più l’oscurità può accogliermi: mi chiama la sua volontà, che è forte, più forte di me, e io non sono più in grado di opporre la mia. Ora sono guidato soltanto dal ricordo di una voce lontana, tante volte sentita, sognata forse: solo affrontandolo potrai liberartene…
Sfinito dal terrore, ma con gesti sicuri e automatici, avanzo e mi siedo.
Il suo respiro, rauco e stentato, sembra martellare alle fondamenta il teatro; so che sta per voltarsi.
Mentre giù, nella finzione scenica, si consuma il dramma e un braccio armato di un’accetta cala su un innocente che nulla e nessuno potrà salvare, io e lui, qui, affrontiamo il nostro destino. E in un istante so che anche per noi non c’è salvezza.
Si è girato, mi guarda e nello specchio che sembra avere al posto del viso vedo l’orrore che ha ogni uomo di fronte al proprio incubo.
Sappiamo entrambi che non c’è altra via: di scatto ci alziamo e ci afferriamo per le braccia. Attraverso i vestiti sento il suo calore, che per me è quasi insopportabile. La balconata è superata d’un balzo, il volo è un istante.
Siamo a terra.
Ora riesco a vedere il suo vero volto e posso mostrarmi a lui. Al suo terrore adesso si sono aggiunti lo sgomento e la disperazione di sapere che nemmeno la morte libera dall’incubo.
Siamo uno il riflesso dell’altro, ma io sono l’ombra: io sono il terrore.
Sono l’incubo evocato nel mondo reale da quest’uomo che ora, morente, mi sta lasciando andare.
Voci intorno a noi gridano. «Mio Dio!», «Luce! Luce in sala!».
Ma, prima che sia luce, la Morte, che è qui assieme a noi, ha chiuso quegli occhi disperati e io posso tornare al mio nulla.
Fino a quando, da altri evocato, riaprirò ancora i miei occhi nel buio.
E sarò nuovamente terrore.


