La casa sul lago

La casa sul lago

I tre ragazzi arrivarono alla casa sul lago quando il sole stava per tramontare. Avevano fatto molta strada con i loro pesanti zaini sulle spalle. Si scambiarono un’occhiata d’intesa, senza parlare.

All’interno della casa una figura di uomo osservava il lago da una delle due grandi finestre al pianterreno.

Entrarono. Il primo dei tre si schiarì la voce e disse: «È permesso?»

Nessuno rispose.

I ragazzi avanzarono in silenzio nel grande ingresso. Una scala di fronte a loro portava al piano superiore. Una porta semiaperta a destra lasciava intravedere una sala da pranzo. A sinistra, oltre un ampio arco, un salone. I ragazzi vi entrarono.

L’uomo era ancora alla finestra. Era elegantemente vestito con un completo in tweed, le mani dietro la schiena con la sinistra a stingere il polso destro. Senza muoversi disse: «Benvenuti, vi stavo aspettando. La camera verde e quella azzurra sono occupate. La camera rosa ha solo due letti, se intendete alloggiare tutti in una sola camera, prendete quella gialla».

L’unico dei tre ragazzi che fino a quel momento aveva parlato, disse: «Noi siamo venuti per…»

«Non siete tenuti a dirmi cosa siete venuti a cercare», rispose l’uomo in tweed, «la mia ospitalità nei vostri confronti è totale. La casa ora è vostra».

I tre ragazzi, in silenzio, ancora con i loro zaini in spalla, presero le scale e, giunti al piano superiore, entrarono nella camera con la porta gialla.

 

Nella camera verde un uomo di mezz’età che aveva da poco fatto la doccia, ancora in accappatoio stava sistemando il proprio abbigliamento da trekking usato durante il giorno.

«E domani, cara, pensavo di portare i ragazzi a fare un giro in canoa. Potremmo andare a piedi fino alla riva ovest, noleggiarne due e tornare qui attraversando il lago».

Dal bagno la moglie rispose che era un’ottima idea, ma di non urlarlo affinché per i ragazzi fosse una sorpresa.

 

Nella camera azzurra un ragazzino biondo navigava su internet con il proprio telefonino.

«Ehi,» disse al fratello, «qui dicono che sulla riva est del lago Baskahegan c’è una casa dove hanno girato una puntata di Ghost Hunter!»

«Non ci sono altre case oltre questa, in zona» rispose l’altro.

«Appunto!» replicò il primo sorridendo eccitato.

 

Nella notte l’uomo di mezz’età si svegliò di soprassalto. Era certo di aver sentito sussurrare il proprio nome.

Sudato, nella penombra, vide la moglie giacere immobile. Si voltò verso la direzione da cui aveva sentito la voce e gli parve di vedere… No, ma che sciocchezze! Si asciugò la fronte e respirando profondamente cercò di ritrovare la calma concentrandosi verso quel punto della stanza.

«Fred», sentì come un soffio nella penombra.

Il primo istinto fu quello di svegliare la moglie, cercando il suo aiuto. Lo aveva assistito nei momenti difficili seguiti all’incidente. Sapeva tutto ciò che era capitato e lo aveva sempre sostenuto.

«Non farlo, a lei penserai dopo,» disse la voce. «Parliamo prima dei tuoi figli.»

«Lascia stare i miei figli!» avrebbe voluto urlare, ma la voce gli uscì come un rantolo.

L’uomo attese una replica, ma non udì più alcuna voce. Si decise ad accendere la luce sul comodino.

La sedia a dondolo di fronte al letto oscillava. La porta della camera, che la sera prima lui stesso aveva chiuso a chiave, era spalancata.

Dal corridoio un tenue rumore di passi che facevano scricchiolare il legno del pavimento lo paralizzò.

Una porta si aprì, dopo poco si richiuse, poi si udirono rumori soffocati provenire da una delle camere. Non capiva se quella dei figli, oppure (lo sperò con tutto sé stesso) da quella occupata da tre giovani escursionisti, arrivati la sera prima.

I rumori continuarono: pareva una lenta colluttazione, ma non si udivano voci, lamenti o grida di aiuto. Solo uno strano susseguirsi di movimenti e di colpi attutiti. Con uno sforzo sovraumano Fred tentò di alzarsi dal letto, ma vi ricadde rotolando verso il centro. Fu allora che vide la moglie: bocca aperta e sguardo vuoto verso il soffitto. Un rivolo di saliva verdastra le scendeva lungo la guancia.

 

I minuiti passarono lenti, i rumori provenienti dall’altra camera cessarono del tutto. L’uomo ansimava, un forte dolore al petto rendeva la sua paralisi ancor più atroce. Ad un certo punto sperò che il male si facesse ancora più intenso affinché distogliesse la sua attenzione dal silenzio in cui era piombata la casa.

Riuscì a rendersi conto che la moglie non respirava, solo il battito aritmico del proprio cuore scandiva il tempo e testimoniava che questo non si era fermato.

Desiderò di morire, pensò di avere un infarto e pregò perché tutto ciò che sentiva al di fuori di sé fosse un incubo dovuto alla vita che lo abbandonava. Di lì a poco la moglie si sarebbe svegliata e probabilmente lo avrebbe trovato esanime, esattamente come ora lui aveva creduto di vedere lei.

Ma, improvvisamente, qualcosa si sbloccò in lui. E lui scoprì che, nonostante il dolore non fosse cessato, poteva muoversi.

 

«Fred», la voce lo chiamò ancora e una forza che lui non poteva controllare lo trasse dal letto. Uscì dalla camera scalzo e si avviò nel buio del corridoio. Là tre ombre lo attendevano. «Noi siamo già morti, come del resto hai sperato poco fa. Va’ dai tuoi figli, ti è concesso di vederli mentre esalano l’ultimo respiro…»

L’uomo entrò nella camera e accese la luce. Folle di terrore vide Mark rantolante con il collo innaturalmente piegato e, accanto a lui, David, cianotico e in preda a terribili spasmi con un asciugamano stretto alla gola.

«… ciò che non fu concesso ai nostri genitori!» urlò terribilmente la voce da presso all’uomo. Che solo in quel momento capì.

I tre ragazzi che aveva investito! Lui era ubriaco, ma un errore formale nella procedura di verifica del suo stato gli aveva consentito di venire assolto. Gli era rimasto un grave shock da superare, ma la certezza di non avere colpa in quella disgrazia lo aveva completamente posseduto.

Rivide la scena dell’incidente, e riconobbe i piumini e gli zaini dei tre ragazzi che il giorno prima aveva visto salire le scale ed entrare in silenzio nella camera gialla.

Poi qualcosa gli afferrò il collo da dietro, la vista gli si fece offuscata e fu il nulla.

 

Il mattino dopo, in silenzio, i tre ragazzi con i loro zaini in spalla lasciarono la casa sul lago.

Non richiusero la porta dietro le proprie spalle, perché i cardini erano inchiodati dalla ruggine e il legno era marcio.

Dalla finestra del salone, dietro i vetri rotti, un uomo in tweed guardava il lago. Indugiò ancora un attimo, poi scomparve, come fosse fatto di nebbia.

 

Crediti immagine: Foto di Meg Jenson su Unsplash